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ISTITUTO DI PUBBLICISMO "MONDO DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE" Rassegna di articoli vari
Informatica e sviluppo sociale L’informazione, trattata mediante le tecnologie elettroniche, ovvero l’informatica ( informazione-automatica ) è un bene che incorpora innovazione, richiede elevati costi fissi di produzione e ha tutte le caratteristiche del bene pubblico. In altri termini, i dati informatizzati debbono essere considerati un servizio ( bene pubblico ) che lo Stato deve tutelare e garantire a vantaggio dell’intera collettività e di cui deve assicurare l’esattezza, la trasparenza, la tempestività e la fruibilità. Le risorse finanziarie, sia pubbliche che private, vengono ampiamente tutelate, e tutti debbono stare attenti a che i soldi non vengano usati male. Se, invece, le informazioni contenute in una banca dati vengono sprecate, distorte, falsificate o nascoste non è poi così grave, non sono soldi.Alla base di questo atteggiamento c’è la convinzione che i dati raccolti siano una proprietà esclusiva e quindi utilizzabile solo da coloro che ne hanno la disponibilità, mentre per il resto della collettività è bene che non si possa disporre di tali quantità d’informazioni, perchè verrebbe modificata la stessa capacità di conoscenza collettiva dei fatti che è alla base dei processi d’opinione.Il punto cruciale consiste nel far capire che il funzionamento efficiente ed efficace del mercato come quello dello Stato è direttamente dipendente dalle risorse informatiche.Le informazioni in automatico sono un bene prezioso che va tutelato perchè rappresenta un patrimonio a disposizione dell’intera collettività, nonchè la condizione essenziale per ottimizzare la fornitura dei servizi pubblici, per ridurre gli sprechi e per migliorare i processi decisionali pubblici e privati.Per molti ambienti accademici e in molte amministrazioni, l’informatica altro non è che un insieme di tecnologie che consentono di eliminare le operazioni manuali più semplici e ripetitive. Ma le applicazioni informatiche e le reti telematiche sono elementi strategici che incidono profondamente sul funzionamento delle strutture produttive ed amministrative con ripercussioni sull’intero tessuto sociale. Inoltre, la travolgente innovazione determinata dall’informatica coinvolge aspetti normativi analoghi a quelli dibattuti nel XIX secolo, quando fu affrontato il problema della libertà di manifestazione del pensiero. La conoscenza è un diritto inalienabile e indispensabile quando i dati informatici riguardano lo stesso soggetto al quale si riferiscono. Se nelle pubbliche amministrazioni si trovano tutti i dati che definiscono un cittadino, la trasparenza del loro uso diviene il vero problema da risolvere. L’astratta affermazione del principio generale che la privacy va tutelata, in primo luogo si scontra con la concreta possibilità da parte di ciascun cittadino di conoscere i dati che lo riguardano, mentre dal canto loro le amministrazioni non sono in grado di controllarne l’esattezza. Torna al Sommario Sono veri e propri malati anche se la maggior parte di loro non ne sono coscienti. Sono identificati e descritti come : " retomani ", ossia malati di Internet. [ Corriere della Sera, 29 aprile 1998, pag.19, " Retemania: ecco i malati di Internet "] Trascorrono pomeriggi interi navigando da un sito all’altro e quando ci provano non riescono a prendere sonno dopo tutto quel balenare di immagini ed emozioni vissute davanti al video. La loro età è tra i ventisette ed i trentuno anni. Livello culturale, medio alto ; sesso, soprattutto maschile, ma non mancano le donne. Altri interessi: nessuno. Non desiderano altro che isolarsi dal mondo, abbandonare affetti, hobbies e abitudini. Possibilità di comunicare senza l’obbligo di avere relazioni e senso di onnipotenza. Questi i due meccanismi che fanno scattare la dipendenza. La sintomatologia dimostrata dai " retomani " è inconfondibile e compare per gradi. All’inizio si avverte la smania di controllare più volte al giorno se è arrivata posta elettronica. Il passo successivo è quello di collegarsi e restare a guardare senza dare cenni della propria presenza, senza tradire un minimo bip. I malati più gravi rientrano nella fascia IAD ( Internet Addiction Disorder ). Le loro mani sono continuamente pervase da tremore, come se stessero manovrando il mouse. Soffrono di vere e proprie crisi di astinenza e anche quando spengono il computer, la loro mente continua a navigare in modo ossessionante. Esiste inoltre il pericolo del trasferimento della propria sfera affettivo-emozionale in un mero ambiente virtuale. Navigando nell’IRC ( Internet Relay Chat ), si può chiaccherare di tutto in pubblico o in privato. E’ un luogo dove i sentimenti possono essere espressi attraverso un codice speciale che prevede sorriso, broncio, insulti, lacrime, sconforto e così via per un totale di circa ottanta stati emotivi. (A.G.) Torna al Sommario Macchiavelli parla delle virtù del principe, frase che non significa niente per chi non sa che virtù viene da virtus , ossia valore. Ma è indispensabile imparare le lingue classiche per penetrare le radici della civiltà occidentale ? Chiunque, sfogliando un dizionario della lingua italiana, può rendersi facilmente conto che le parole che usiamo vengono nella stragrande maggioranza dal latino e in misura inferiore, ma pur sempre imponente, dal greco. Queste due lingue rappresentano il nostro passato, vale a dire tutto quanto a contribuito a formare, per stratificazioni successive, il nostro presente; e lo rappresentano nel modo più semplice e concreto, cioè attraverso i suoni e il loro contenuto logico e simbolico. Sarebbe buona idea infatti introdurre nella suola una disciplina che ripercorresse l’evoluzione della lingua, non solo negli aspetti lessicali, grammaticali e sintattici, ma legando tali trasformazioni agli accadimenti storico-culturali che le hanno determinate. Analoghe considerazioni possono essere svolte per lingue e letterature di altri paesi e continenti. Con le possibilità, offerte dalla moderna tecnologia, di poter fruire dei prodotti culturali provenienti da ogni luogo del pianeta, le culture più lontane e diverse sviluppano tutto il loro fascino e spesso offrono validi motivi di confronto e di ispirazione per la creazione artistica e per la riflessione filosofica. E’ in atto un processo di " globalizzazione " culturale, che, attraverso la quasi simultanea traduzione delle migliori opere letterarie, la musica, il cinema, gli scambi telematici e le immagini televisive ritrasmesse via satellite e quant’altro possa essere utilizzato per annullare spazi e tempi, rende obsoleto il metodo di ripercorrere il sapere del passato di uno specifico bacino culturale, per poter poi approdare al presente. Si dimostra pertanto sterile la disputa in merito all’opportunità di imporre ai giovani lo studio delle lingue classiche o cosiddette " morte ". D’altro canto, all’inizio del terzo millennio, quali lingue antiche dovrebbero essere studiate dai giovani nati in aree geografiche sprovviste di tale retaggio culturale, per poter essere intellettualmente alla pari dei loro coetanei più fortunati, formatisi con la grammatica di Cicerone. Il problema va posto in altri termini. Se lo sviluppo di ogni lingua, di ogni cultura, in tutte le sue manifestazioni, è legato ad un succedersi di trasformazioni, resta fondamentale la necessità di conoscerne le tappe ed i momenti più significativi, ma facendone altresì un metodo di conoscenza estensibile ad altre realtà socio-culturali, ormai venute a stretto contatto nell’era contemporanea. Alla globalizzazione " culturale " non può non corrispondere una globalizzazione delle discipline scolastiche. La lingua greca e la lingua latina troveranno la loro collocazione a carattere universale a fianco di altre lingue "classiche ", non meno importanti per comprendere la crescita culturale dell’intera umanità.Forse anche all’epoca dell’impero romano, la lingua e la cultura latina rappresentarono un momento globalizzante, un momento di sintesi delle varie culture che si affacciavano nel bacino mediterraneo, giunte così fino a noi in maniera indiretta, attraverso l’amalgama della cultura romana. (A.Graziani) Torna al Sommario Il Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, che impressione farà sul lettore che vi si accosti per la prima volta ai nostri giorni ? Scritto in frasi lapidarie, per lo più composte di poche righe, che quasi naturalmente si trasformano in aforismi diventati famosi come : " Uno spettro si aggira per l’Europa : lo spettro del comunismo " e " I proletari non hanno niente da perdere tranne le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare ", è dotato di un vigore quasi biblico, di cui è impossibile negare la forza irresistibile di aggregazione politica. Ma il mondo stravolto dal capitalismo, descritto nel 1848 in frasi di cupa e laconica eloquenza, è riconoscibile nel mondo che poi si è determinato nella realtà. Infatti, anche se lo spettro del comunismo ossessionava davvero i politici e anche se l’Europa stava attraversando un periodo di grave crisi economica e sociale, mancavano chiaramente le basi per l’avverarsi della convinzione secondo la quale il rovesciamento del capitalismo era prossimo. " La rivoluzione borghese tedesca non può essere quindi che l’immediato preludio a una rivoluzione proletaria ". Al contrario, come è stato poi scritto nella storia, il capitalismo era sul punto di entrare nella sua prima epoca di trionfante avanzata a livello mondiale. Le opinioni di Marx ed Engel, così altamente contrarie al sistema capitalistico, ne riconoscevano implicitamente la possibilità storica di un lungo periodo di sviluppo. A partire dalla rivoluzione francese alcune tendenze stavano producendo effetti imponenti : per esempio il declino " di province indipendenti, a malapena collegate fra loro, con interessi, leggi, dogane e governi diversi " dinanzi agli stati nazionali unificati " in una legge, in un interesse nazionale, in un confine doganale ". Tuttavia, alla fine degli anni quaranta dell’ottocento, i risultati acquisiti dalla borghesia erano assai più modesti dei miracoli che ad essa vengono attribuiti da Marx ed Engels. Dopotutto, nel 1850 il mondo non produceva più di 71.000. tonnellate di acciaio ( di cui quasi il 70% in Gran Bretagna ) e aveva costruito meno di 38.000. chilometri di strade ferrate ( due terzi delle quali in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ). Gli storici non hanno avuto difficoltà a dimostrare che, persino in Gran Bretagna, la rivoluzione industriale ( un termine specificatamente usato da Engels a partire dal 1844 ) non aveva creato un paese industriale o anche prevalentemente urbano, se non prima degli anni cinquanta dell’ottocento. Marx ed Engels non descrissero il mondo già trasformato dal capitalismo nel 1848, ma predissero come sarebbe stato logicamente destinato a trasformarsi. Nel mondo di oggi, in cui queste trasformazioni sono largamente avvenute i lettori del Manifesto osserveranno che, all’inizio del terzo millennio del calendario occidentale, tali mutamenti saranno ulteriormente proseguiti. In un certo senso, si può anche scorgere oggi la forza di quelle previsioni più chiaramente di quanto poterono le generazioni vissute a ridosso della sua pubblicazione. Infatti, fino alla rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale, c’era un limite alla globalizzazione della produzione, cioè alla possibilità di dare un carattere cosmopolitico alla produzione ed al consumo in ogni paese. Fino agli anni settanta del novecento, l’industrializzazione rimase prevalentemente circoscritta alle sue aree di origine. Alcune scuole di pensiero marxista hanno potuto sostenere che il capitalismo, per lo meno nella sua forma imperialista, ben lungi dall’imporre a tutte le nazioni, se non avessero voluto andare in rovina, l’adozione del modo di produzione borghese, stava per sua natura perpetuando o addirittura creando sottosviluppo nel cosiddetto terzo mondo. Finchè un terzo della razza umana viveva in una economia comunista di stampo sovietico, sembrava che il capitalismo non sarebbe mai riuscito a costringere tutte le nazioni a diventare borghesi. Non avrebbe potuto in altri termini creare un mondo a sua immagine e somiglianza. Ancora prima degli anni sessanta l’annuncio del Manifesto che il capitalismo avrebbe condotto alla distruzione della famiglia non sembrava essersi realizzato, perfino in quei paesi avanzati dell’occidente in cui oggi circa la metà dei bambini vengono allevati solo dalla madre e nelle grandi città in cui la metà delle famiglie sono composte da una sola persona.. In breve, ciò che ad un lettore imparziale del 1848 sarebbe sembrata retorica rivoluzionaria, o una predizione plausibile, può oggi essere letto come una efficace caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo. Di quale altro testo della metà dell’ottocento si potrebbe dire altrettanto ? (A.Graziani) Torna al Sommario L’odissea dei reduci ebrei dai campi di annientamento o comunque superstiti nell’Europa occidentale e la successiva diaspora generate dalle ondate di persecuzione nei paesi sovietizzati, spiegano quanto fossero profondi e radicati i pregiudizi, che hanno sostenuto il fenomeno dell’antisemitismo, che precede, ma anche segue i campi di sterminio. Arnaldo Momigliano nel 1987, poco prima di morire, scrisse:" Qualunque cosa si dica su quel periodo che finisce con fascisti e nazisti collaboranti nell’inviare milioni di ebrei nei campi di eliminazione, un’affermazione va ripetuta. Questa strage immane non sarebbe mai avvenuta se in Italia, Francia e Germania, per non andare oltre, non ci fosse stata indifferenza, maturata nei secoli, per i connazionali ebrei. L’indifferenza era l’ultimo prodotto delle ostilità delle chiese per cui la conversione era l’unica soluzione al problema ebraico. Va qui solennemente ripetuto che gli ebrei hanno diritto alla loro religione, la prima religione monoteista ed etica che la storia ricordi, la religione dei profeti di Israele. Da essa ancora dipende la nostra moralità ".Queste parole-testamento di Momigliano furono anche una risposta, quarant’anni dopo, a Benedetto Croce, che nel 1947, deplorando l’orrore della " infame persecuzione contro gli ebrei ", consigliava loro però di " fondersi sempre meglio con gli altri italiani, procurando di cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che, come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere ne dia ancora in avvenire ". L’indifferenza dei popoli europei citata da Momigliano e l’opportunità di fondersi suggerita da Croce sono il frutto di pregiudizi di tale portata storica, da sfuggire ad ogni valutazione. Pregiudizi, che almeno ora, possono essere considerati riconoscibili. Difficile rimane comunque il discrimine tra giudizi e pregiudizi, quando venga meno la volontà di riconoscerli. Va tuttavia sottolineato che per annullare il persistere di pregiudizi di tale portata, occorrono tempi di persuasione e trasformazione delle coscienze pari, se non superiori, a quelli che ne hanno determinato il radicamento. (A.Graziani) Torna al Sommario E’ di particolare interesse l’analisi diretta ad individuare come i valori ed i miti del passato abbiano ancora oggi un ruolo da svolgere nei processi culturali alla base dei cambiamenti moderni. Nessuno dubita che l’unificazione economica e politica dell’Europa sia fondata su una vasta e profonda identità spirituale. Ma quali sono questi valori ideali ed in quale tradizione affondano le loro radici ? Esiste un mitico ideale capace di dare all’Europa la cura delle proprie tradizioni spirituali più autentiche ? Capace di superare particolarismi, conflitti etnici e religiosi, contrapposizioni razziali ? Capace di far fronte alle ondate della povertà orientale e africana che sommergono i suoi confini ? Non certo la globalizzazione e l’omologazione tecnologica e industriale, che hanno imposto gli stessi modi e ritmi di vita a Roma come a Francoforte, a Parigi come Londra, a Madrid come a Milano, possono dare forza e identità culturaleLa tradizione del pensiero occidentale, sedimentatasi nei sistemi di educazione e di trasmissione del sapere, ha insegnato che l’identità europea risale alla cultura greca, alla filosofia e alla scienza cui essa ha dato i natali. Sono stati i Greci, con l’orizzonte aperto della loro civiltà, a porre le basi perchè l’Europa diventasse quello che è. Il nome stesso ha la sua origine nella mitologia greca. " Europa ", sorella di Cadmo, fanciulla amata e rapita da Zeus, sotto le sembienze di un toro. Ma questa immagine della Grecia non è forse anch’essa un mito ? Il mito dell’origine perduta, che prima l’Umanesimo ed il Rinascimento, poi il classicismo ed il romanticismo tedeschi hanno alimentato ? L’uomo moderno, forse malato di mentalità storicista, si aggira come un turista ozioso nei giardini della storia e osserva con ammirazione i valori antichi, i grandi popoli e le grandi personalità del passato, ma è lui stesso incapace di agire, svuotato e privo di una identità forte, originaria. Se per un verso non si deve dimenticare quanto l’Europa debba ai Greci, per l’altro si ha l’impressione di una dispersione babelica, nella quale vale il principio: a ciascuno i suoi Greci ! L’identità d’Europa, infatti, non è quella tonda ed eburnea che la vuole nata, tutta intera dalla Grecia. Per quanto suggestiva, l’immagine di una origine unitaria dell’Europa dallo spirito della grecità, appare, semmai, come una faccia di tale identità. Accanto alla grecità, e allo stesso titolo, vi sono la romanità, l’ebraismo, il cristianesimo. E poi l’influsso della cultura araba e di quella germanica. L’Europa è ancorata a tutte queste radici culturali e dispone di una sua identità forte, che nasce dalla stratificazione di molte componenti culturali diverse, confluite in una matrice unitaria. Se si potesse trasferire questo amalgama nella storia antica, il pensiero corre a Roma, alla romanità culturale in rapporto alla Grecia classica e alla romanità religiosa in rapporto all’ebraismo. " Romanità " che sta a significare l’ attitudine del ricevere e del trasmettere, del sapersi se stessi, riconoscendo la propria identità, nella tensione tra un classicismo da assimilare e una barbarie interiore da sottomettere. In altre parole, miti e valori del passato sono alla base dell’attitudine di costruire e pensare se stessi, dando una luce nuova ai contenuti della propria "identità", nel senso universale del termine. (Alberto Graziani) Torna a Sommario (
Divulgazione
scientifica
e
mass
media
)
di
Roberto
Giua
Lo
spunto
di
queste
note
deriva
da
alcune
considerazioni
fatte
nella
preparazione
e
gestione
prima
e
nel
follow-up
poi
di
un
Convegno
per
“addetti
ai
lavori”
nell’ambito
della
protezione
dell’ambiente
e
dell’applicazione
del
concetto
di
sviluppo
sostenibile. Si
trattava
di
invitare
intorno
ad
uno
stesso
tavolo,
grazie
alle
attività
di
promozione
della
principale
forza
ambientalista
italiana,
attori
interessati
da
un
lato
a
spingere
verso
un
sempre
più
articolato
sviluppo
del
trasporto
delle
merci
su
strada
ferrata,
sulle
medio-lunghe
distanze
e
soprattutto
per
le
merci
pericolose,
in
alternativa
alle
altre
modalità,
e
dall’altro
coinvolti
nel
processo
di
salvaguardia
dell’ambiente. Si
trattava
di
un’incontro
dove
l’impatto
ambientale
del
trasporto
in
generale
e
le
conseguenze
sulla
salute,
sull’incidenza
infortunistica
e
sul
consumo
energetico
vedeva
il
suo
principale
tema
di
sviluppo. Si
era
provveduto
pertanto
ad
un’opera
di
sensibilizzazione
degli
operatori,
da
quelli
del
trasporto
su
ferro,
dai
tradizionali
a
quelli
di
nuova
entrata
sul
mercato
grazie
alle
nuove
licenze,
a
quelli
del
trasporto
su
gomma
ai
vari
livelli
sul
territorio,
per
finire
a
quelli
del
comparto
marittimo. Naturalmente
il
contraddittorio
doveva
poi
vedere
presenti,
e
così
è
stato,
aziende
specializzate
in
tecnologie,
tali
da
rendere
abilitanti
e
convenienti
i
movimenti
di
merci
su
ferro,
in
termini
di
prestazioni
e
costi,
ed
inoltre
tutti
quei
soggetti
considerati
da
un
lato
utenti
del
sistema
di
trasporto,
e
dell’altro
parti
sociali,
associazioni
di
consumatori,
sindacati
e
studiosi,
comunque
coinvolti
nei
processi
decisionali
e
di
formazione
dell’opinione
pubblica. Era
infatti
necessario
riuscire
ad
avvicinare
questi
soggetti
anche
per
rappresentare
ai
non
addetti
ai
lavori
o
comunque
a
quelli
di
impronta
più
ambientalista
che
tecnica,
che
esistono
soluzioni
atte
a
rendere
competitivo
il
sistema
del
trasporto
delle
merci
su
ferro,
rispetto
a
quello
su
gomma,
nelle
medie
o
lunghe
distanze,
grazie
a
tecnologie
che
intervenendo
sul
parco
rotabile
merci
e
ne
rendono
attuale
l’utilizzo. Infatti
esistono
tecnologie,
che
sono
in
fase
di
avanzata
sperimentazione
in
paesi
europei,
che
potrebbero
essere
agevolmente
testati
con
la
loro
installazione
su
un
ridotto
parco
rotabile
nazionale
,
per
verificarne
l’attuazione
pratica. Tali
tecnologie
permettono
di
avere
un
carico
maggiore
di
merce
su
ogni
carro,
di
far
viaggiare
i
treni
a
velocità
doppia
rispetto
a
quella
attuale
e
di
comporre
treni
più
lunghi. Anche
uno
sprovveduto
lettore
capirebbe
che
l’insieme
di
queste
caratteristiche
porterebbero
indubbi
vantaggi
al
trasporto
merci
su
ferro,
rendendo
peraltro
un
egregio
servizio
alla
Società,
con
un
impatto
ambientale
tratto
a
vantaggio
della
salute. Ebbene,
pur
riconoscendo
che
nel
suo
complesso
il
Convegno
ha
avuto
successo
di
pubblico
e
di
presenza,
con
autorevoli
rappresentanti
delle
parti
coinvolte,
non
altrettanto,
mi
duole
dirlo,
possiamo
essere
soddisfatti
di
come
la
stampa
specializzata,
vuoi
le
agenzie
che
i
singoli
giornalisti
presenti,
di
estrazione
più
o
meno
ambientalista,
ha
saputo
recepire
e
comunicare
l’evento. Infatti
non
credo
ci
si
possa
più
solo
soffermare
su
argomenti
più
specificatamente
giornalistici
da
“notizia
del
giorno”,
perché
spesso
ciò
mortifica
lo
sforzo
,
economico,
tecnologico
e
di
innovazione
che
è
presente
in
molte
iniziative,
che
per
essere
apprezzate
e
valutate
per
il
loro
vero
potenziale,
debbono
essere
quantomeno
recepite,
capite
e
riportate
correttamente
dai
media. Mi
riferisco
al
fatto
che
la
quasi
totalità
dei
comunicati
stampa
delle
maggiori
agenzie
sono
poi
stati
riportati
solo
molto
parzialmente
e
da
poche
testate
(Il
Sole
24
Ore
e
La
Repubblica)
,
ma
comunque
anche
il
senso
dato
delle
agenzie
stesse
era
più
mirato
ad
evidenziare
i
fattori
politici
che
muoveranno
la
prossima
finanziaria
che
non
ad
acquisire
spunti
di
fattibilità
concreta.
Voglio
cioè
dire
che
così
come
è
vero
che
si
devono
trovare
i
soldi
in
finanziaria
per
potenziare
le
ferrovie,
per
incentivare
l’intermodalità,
per
supportare
il
mezzo
su
rotaia
per
il
trasporto
delle
merci,
è
anche
vero
che
questi
intendimenti
rimarrebbero
belle
parole
su
di
uno
splendido
“libro
bianco”
senza
una
attenzione
al
come
poter
raggiungere
quegli
obiettivi
dal
punto
di
vista
tecnologico. Bisogna
infatti
dire
che
non
tutti
i
tipi
di
intervento
fruttano
nello
stesso
modo
e
negli
stessi
tempi
e
mi
sembra
corretto
che
mentre
nessuno
disconosce
che
per
fare
alcune
importanti
opere,
come
i
tunnel
o
l’eventuale
Ponte
sullo
stretto,
sia
contemporaneamente
una
sfida
di
credibilità
politica
e
di
impegno
per
lo
sviluppo,
si
deve
anche
ammettere
che
con
molti
milioni
di
euro
in
meno
si
può
intervenire
sull’esistente,
rendendolo
tecnologicamente
più
idoneo
ai
nuovi
servizi. Si
deve
pensare
che
il
mancato
adeguamento
del
sistema
di
trasporto
merci
su
ferro
non
deve
far
dire
che
abbiamo
risparmiato,
ma
bensì
che
stiamo
contribuendo
da
un
lato
ad
incrementare
il
danno
per
il
Sistema
Paese
e
dall’altro
a
rendere
sempre
più
problematico
l’utilizzo
dell’attuale
parco
rotabile
nazionale. Questo
sarebbe
un
grave
colpo
al
nostro
trasporto
ferroviario
che
da
sempre
paga
un
prezzo
di
rincorsa
verso
la
concorrenza
estera
e
tra
poco
anche
una
effettiva
concorrenza
interna,
candidando
FS
Cargo
ad
un
ruolo
subalterno
nei
confronti
di
scelte
strategiche
e
di
tecnologie
d’oltralpe.
Ecco
quindi,
per
concludere,
che
il
ruolo
dell’informazione
e
della
comunicazione,
non
solo
dell’evento
ma
anche
dei
suoi
contenuti
diventa
un
fattore
importante
per
sensibilizzare
opinione
pubblica
ed
istituzioni
sulle
cose
reali
che
si
possono
fare. (Roberto
Giua) Altri articoli in:
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