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ISTITUTO  DI  PUBBLICISMO

"MONDO DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE"

Rassegna di articoli vari

     

Sommario:

Informatica e sviluppo sociale 

Internet e "retomani" 

Le lingue morte 

Opinioni datate nella storia 

Pregiudizi 

Valori e miti

Nuove tecnologie e trasporto su ferrovia

 

Informatica e sviluppo sociale 

L’informazione, trattata mediante le tecnologie elettroniche, ovvero l’informatica ( informazione-automatica ) è un bene che incorpora innovazione, richiede elevati costi fissi di produzione e ha tutte le caratteristiche del bene pubblico. In altri termini, i dati informatizzati debbono essere considerati un servizio ( bene pubblico ) che lo Stato deve tutelare e garantire a vantaggio dell’intera collettività e di cui deve assicurare l’esattezza, la trasparenza, la tempestività e la fruibilità. Le risorse finanziarie, sia pubbliche che private, vengono ampiamente tutelate, e tutti debbono stare attenti a che i soldi non vengano usati male. Se, invece, le informazioni contenute in una banca dati vengono sprecate, distorte, falsificate o nascoste non è poi così grave, non sono soldi.Alla base di questo atteggiamento c’è la convinzione che i dati raccolti siano una proprietà esclusiva e quindi utilizzabile solo da coloro che ne hanno la disponibilità, mentre per il resto della collettività è bene che non si possa disporre di tali quantità d’informazioni, perchè verrebbe modificata la stessa capacità di conoscenza collettiva dei fatti che è alla base dei processi d’opinione.Il punto cruciale consiste nel far capire che il funzionamento efficiente ed efficace del mercato come quello dello Stato è direttamente dipendente dalle risorse informatiche.Le informazioni in automatico sono un bene prezioso che va tutelato perchè rappresenta un patrimonio a disposizione dell’intera collettività, nonchè la condizione essenziale per ottimizzare la fornitura dei servizi pubblici, per ridurre gli sprechi e per migliorare i processi decisionali pubblici e privati.Per molti ambienti accademici e in molte amministrazioni, l’informatica altro non è che un insieme di tecnologie che consentono di eliminare le operazioni manuali più semplici e ripetitive. Ma le applicazioni informatiche e le reti telematiche sono elementi strategici che incidono profondamente sul funzionamento delle strutture produttive ed amministrative con ripercussioni sull’intero tessuto sociale. Inoltre, la travolgente innovazione determinata dall’informatica coinvolge aspetti normativi analoghi a quelli dibattuti nel XIX secolo, quando fu affrontato il problema della libertà di manifestazione del pensiero. La conoscenza è un diritto inalienabile e indispensabile quando i dati informatici riguardano lo stesso soggetto al quale si riferiscono. Se nelle pubbliche amministrazioni si trovano tutti i dati che definiscono un cittadino, la trasparenza del loro uso diviene il vero problema da risolvere. L’astratta affermazione del principio generale che la privacy va tutelata, in primo luogo si scontra con la concreta possibilità da parte di ciascun cittadino di conoscere i dati che lo riguardano, mentre dal canto loro le amministrazioni non sono in grado di controllarne l’esattezza.

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Internet e "retomani" 

Sono veri e propri malati anche se la maggior parte di loro non ne sono coscienti. Sono identificati e descritti come : " retomani ", ossia malati di Internet. [ Corriere della Sera, 29 aprile 1998, pag.19, " Retemania: ecco i malati di Internet "] Trascorrono pomeriggi interi navigando da un sito all’altro e quando ci provano non riescono a prendere sonno dopo tutto quel balenare di immagini ed emozioni vissute davanti al video. La loro età è tra i ventisette ed i trentuno anni. Livello culturale, medio alto ; sesso, soprattutto maschile, ma non mancano le donne. Altri interessi: nessuno. Non desiderano altro che isolarsi dal mondo, abbandonare affetti, hobbies e abitudini. Possibilità di comunicare senza l’obbligo di avere relazioni e senso di onnipotenza. Questi i due meccanismi che fanno scattare la dipendenza. La sintomatologia dimostrata dai " retomani " è inconfondibile e compare per gradi. All’inizio si avverte la smania di controllare più volte al giorno se è arrivata posta elettronica. Il passo successivo è quello di collegarsi e restare a guardare senza dare cenni della propria presenza, senza tradire un minimo bip. I malati più gravi rientrano nella fascia IAD ( Internet Addiction Disorder ). Le loro mani sono continuamente pervase da tremore, come se stessero manovrando il mouse. Soffrono di vere e proprie crisi di astinenza e anche quando spengono il computer, la loro mente continua a navigare in modo ossessionante. Esiste inoltre il pericolo del trasferimento della propria sfera affettivo-emozionale in un mero ambiente virtuale. Navigando nell’IRC ( Internet Relay Chat ), si può chiaccherare di tutto in pubblico o in privato. E’ un luogo dove i sentimenti possono essere espressi attraverso un codice speciale che prevede sorriso, broncio, insulti, lacrime, sconforto e così via per un totale di circa ottanta stati emotivi. (A.G.)

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Le lingue morte 

Macchiavelli parla delle virtù del principe, frase che non significa niente per chi non sa che virtù viene da virtus , ossia valore. Ma è indispensabile imparare le lingue classiche per penetrare le radici della civiltà occidentale ? Chiunque, sfogliando un dizionario della lingua italiana, può rendersi facilmente conto che le parole che usiamo vengono nella stragrande maggioranza dal latino e in misura inferiore, ma pur sempre imponente, dal greco. Queste due lingue rappresentano il nostro passato, vale a dire tutto quanto a contribuito a formare, per stratificazioni successive, il nostro presente; e lo rappresentano nel modo più semplice e concreto, cioè attraverso i suoni e il loro contenuto logico e simbolico. Sarebbe buona idea infatti introdurre nella suola una disciplina che ripercorresse l’evoluzione della lingua, non solo negli aspetti lessicali, grammaticali e sintattici, ma legando tali trasformazioni agli accadimenti storico-culturali che le hanno determinate. Analoghe considerazioni possono essere svolte per lingue e letterature di altri paesi e continenti. Con le possibilità, offerte dalla moderna tecnologia, di poter fruire dei prodotti culturali provenienti da ogni luogo del pianeta, le culture più lontane e diverse sviluppano tutto il loro fascino e spesso offrono validi motivi di confronto e di ispirazione per la creazione artistica e per la riflessione filosofica. E’ in atto un processo di " globalizzazione " culturale, che, attraverso la quasi simultanea traduzione delle migliori opere letterarie, la musica, il cinema, gli scambi telematici e le immagini televisive ritrasmesse via satellite e quant’altro possa essere utilizzato per annullare spazi e tempi, rende obsoleto il metodo di ripercorrere il sapere del passato di uno specifico bacino culturale, per poter poi approdare al presente. Si dimostra pertanto sterile la disputa in merito all’opportunità di imporre ai giovani lo studio delle lingue classiche o cosiddette " morte ". D’altro canto, all’inizio del terzo millennio, quali lingue antiche dovrebbero essere studiate dai giovani nati in aree geografiche sprovviste di tale retaggio culturale, per poter essere intellettualmente alla pari dei loro coetanei più fortunati, formatisi con la grammatica di Cicerone. Il problema va posto in altri termini. Se lo sviluppo di ogni lingua, di ogni cultura, in tutte le sue manifestazioni, è legato ad un succedersi di trasformazioni, resta fondamentale la necessità di conoscerne le tappe ed i momenti più significativi, ma facendone altresì un metodo di conoscenza estensibile ad altre realtà socio-culturali, ormai venute a stretto contatto nell’era contemporanea. Alla globalizzazione " culturale " non può non corrispondere una globalizzazione delle discipline scolastiche. La lingua greca e la lingua latina troveranno la loro collocazione a carattere universale a fianco di altre lingue "classiche ", non meno importanti per comprendere la crescita culturale dell’intera umanità.Forse anche all’epoca dell’impero romano, la lingua e la cultura latina rappresentarono un momento globalizzante, un momento di sintesi delle varie culture che si affacciavano nel bacino mediterraneo, giunte così fino a noi in maniera indiretta, attraverso l’amalgama della cultura romana. (A.Graziani)

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Opinioni datate nella storia 

Il Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, che impressione farà sul lettore che vi si accosti per la prima volta ai nostri giorni ? Scritto in frasi lapidarie, per lo più composte di poche righe, che quasi naturalmente si trasformano in aforismi diventati famosi come : " Uno spettro si aggira per l’Europa : lo spettro del comunismo " e " I proletari non hanno niente da perdere tranne le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare ", è dotato di un vigore quasi biblico, di cui è impossibile negare la forza irresistibile di aggregazione politica. Ma il mondo stravolto dal capitalismo, descritto nel 1848 in frasi di cupa e laconica eloquenza, è riconoscibile nel mondo che poi si è determinato nella realtà. Infatti, anche se lo spettro del comunismo ossessionava davvero i politici e anche se l’Europa stava attraversando un periodo di grave crisi economica e sociale, mancavano chiaramente le basi per l’avverarsi della convinzione secondo la quale il rovesciamento del capitalismo era prossimo. " La rivoluzione borghese tedesca non può essere quindi che l’immediato preludio a una rivoluzione proletaria ". Al contrario, come è stato poi scritto nella storia, il capitalismo era sul punto di entrare nella sua prima epoca di trionfante avanzata a livello mondiale. Le opinioni di Marx ed Engel, così altamente contrarie al sistema capitalistico, ne riconoscevano implicitamente la possibilità storica di un lungo periodo di sviluppo. A partire dalla rivoluzione francese alcune tendenze stavano producendo effetti imponenti : per esempio il declino " di province indipendenti, a malapena collegate fra loro, con interessi, leggi, dogane e governi diversi " dinanzi agli stati nazionali unificati " in una legge, in un interesse nazionale, in un confine doganale ". Tuttavia, alla fine degli anni quaranta dell’ottocento, i risultati acquisiti dalla borghesia erano assai più modesti dei miracoli che ad essa vengono attribuiti da Marx ed Engels. Dopotutto, nel 1850 il mondo non produceva più di 71.000. tonnellate di acciaio ( di cui quasi il 70% in Gran Bretagna ) e aveva costruito meno di 38.000. chilometri di strade ferrate ( due terzi delle quali in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ). Gli storici non hanno avuto difficoltà a dimostrare che, persino in Gran Bretagna, la rivoluzione industriale ( un termine specificatamente usato da Engels a partire dal 1844 ) non aveva creato un paese industriale o anche prevalentemente urbano, se non prima degli anni cinquanta dell’ottocento. Marx ed Engels non descrissero il mondo già trasformato dal capitalismo nel 1848, ma predissero come sarebbe stato logicamente destinato a trasformarsi. Nel mondo di oggi, in cui queste trasformazioni sono largamente avvenute i lettori del Manifesto osserveranno che, all’inizio del terzo millennio del calendario occidentale, tali mutamenti saranno ulteriormente proseguiti. In un certo senso, si può anche scorgere oggi la forza di quelle previsioni più chiaramente di quanto poterono le generazioni vissute a ridosso della sua pubblicazione. Infatti, fino alla rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale, c’era un limite alla globalizzazione della produzione, cioè alla possibilità di dare un carattere cosmopolitico alla produzione ed al consumo in ogni paese. Fino agli anni settanta del novecento, l’industrializzazione rimase prevalentemente circoscritta alle sue aree di origine. Alcune scuole di pensiero marxista hanno potuto sostenere che il capitalismo, per lo meno nella sua forma imperialista, ben lungi dall’imporre a tutte le nazioni, se non avessero voluto andare in rovina, l’adozione del modo di produzione borghese, stava per sua natura perpetuando o addirittura creando sottosviluppo nel cosiddetto terzo mondo. Finchè un terzo della razza umana viveva in una economia comunista di stampo sovietico, sembrava che il capitalismo non sarebbe mai riuscito a costringere tutte le nazioni a diventare borghesi. Non avrebbe potuto in altri termini creare un mondo a sua immagine e somiglianza. Ancora prima degli anni sessanta l’annuncio del Manifesto che il capitalismo avrebbe condotto alla distruzione della famiglia non sembrava essersi realizzato, perfino in quei paesi avanzati dell’occidente in cui oggi circa la metà dei bambini vengono allevati solo dalla madre e nelle grandi città in cui la metà delle famiglie sono composte da una sola persona.. In breve, ciò che ad un lettore imparziale del 1848 sarebbe sembrata retorica rivoluzionaria, o una predizione plausibile, può oggi essere letto come una efficace caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo. Di quale altro testo della metà dell’ottocento si potrebbe dire altrettanto ? (A.Graziani)

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Pregiudizi 

L’odissea dei reduci ebrei dai campi di annientamento o comunque superstiti nell’Europa occidentale e la successiva diaspora generate dalle ondate di persecuzione nei paesi sovietizzati, spiegano quanto fossero profondi e radicati i pregiudizi, che hanno sostenuto il fenomeno dell’antisemitismo, che precede, ma anche segue i campi di sterminio. Arnaldo Momigliano nel 1987, poco prima di morire, scrisse:" Qualunque cosa si dica su quel periodo che finisce con fascisti e nazisti collaboranti nell’inviare milioni di ebrei nei campi di eliminazione, un’affermazione va ripetuta. Questa strage immane non sarebbe mai avvenuta se in Italia, Francia e Germania, per non andare oltre, non ci fosse stata indifferenza, maturata nei secoli, per i connazionali ebrei. L’indifferenza era l’ultimo prodotto delle ostilità delle chiese per cui la conversione era l’unica soluzione al problema ebraico. Va qui solennemente ripetuto che gli ebrei hanno diritto alla loro religione, la prima religione monoteista ed etica che la storia ricordi, la religione dei profeti di Israele. Da essa ancora dipende la nostra moralità ".Queste parole-testamento di Momigliano furono anche una risposta, quarant’anni dopo, a Benedetto Croce, che nel 1947, deplorando l’orrore della " infame persecuzione contro gli ebrei ", consigliava loro però di " fondersi sempre meglio con gli altri italiani, procurando di cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che, come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere ne dia ancora in avvenire ". L’indifferenza dei popoli europei citata da Momigliano e l’opportunità di fondersi suggerita da Croce sono il frutto di pregiudizi di tale portata storica, da sfuggire ad ogni valutazione. Pregiudizi, che almeno ora, possono essere considerati riconoscibili. Difficile rimane comunque il discrimine tra giudizi e pregiudizi, quando venga meno la volontà di riconoscerli. Va tuttavia sottolineato che per annullare il persistere di pregiudizi di tale portata, occorrono tempi di persuasione e trasformazione delle coscienze pari, se non superiori, a quelli che ne hanno determinato il radicamento. (A.Graziani)

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Valori e miti 

E’ di particolare interesse l’analisi diretta ad individuare come i valori ed i miti del passato abbiano ancora oggi un ruolo da svolgere nei processi culturali alla base dei cambiamenti moderni. Nessuno dubita che l’unificazione economica e politica dell’Europa sia fondata su una vasta e profonda identità spirituale. Ma quali sono questi valori ideali ed in quale tradizione affondano le loro radici ? Esiste un mitico ideale capace di dare all’Europa la cura delle proprie tradizioni spirituali più autentiche ? Capace di superare particolarismi, conflitti etnici e religiosi, contrapposizioni razziali ? Capace di far fronte alle ondate della povertà orientale e africana che sommergono i suoi confini ? Non certo la globalizzazione e l’omologazione tecnologica e industriale, che hanno imposto gli stessi modi e ritmi di vita a Roma come a Francoforte, a Parigi come Londra, a Madrid come a Milano, possono dare forza e identità culturaleLa tradizione del pensiero occidentale, sedimentatasi nei sistemi di educazione e di trasmissione del sapere, ha insegnato che l’identità europea risale alla cultura greca, alla filosofia e alla scienza cui essa ha dato i natali. Sono stati i Greci, con l’orizzonte aperto della loro civiltà, a porre le basi perchè l’Europa diventasse quello che è. Il nome stesso ha la sua origine nella mitologia greca. " Europa ", sorella di Cadmo, fanciulla amata e rapita da Zeus, sotto le sembienze di un toro. Ma questa immagine della Grecia non è forse anch’essa un mito ? Il mito dell’origine perduta, che prima l’Umanesimo ed il Rinascimento, poi il classicismo ed il romanticismo tedeschi hanno alimentato ? L’uomo moderno, forse malato di mentalità storicista, si aggira come un turista ozioso nei giardini della storia e osserva con ammirazione i valori antichi, i grandi popoli e le grandi personalità del passato, ma è lui stesso incapace di agire, svuotato e privo di una identità forte, originaria. Se per un verso non si deve dimenticare quanto l’Europa debba ai Greci, per l’altro si ha l’impressione di una dispersione babelica, nella quale vale il principio: a ciascuno i suoi Greci ! L’identità d’Europa, infatti, non è quella tonda ed eburnea che la vuole nata, tutta intera dalla Grecia. Per quanto suggestiva, l’immagine di una origine unitaria dell’Europa dallo spirito della grecità, appare, semmai, come una faccia di tale identità. Accanto alla grecità, e allo stesso titolo, vi sono la romanità, l’ebraismo, il cristianesimo. E poi l’influsso della cultura araba e di quella germanica. L’Europa è ancorata a tutte queste radici culturali e dispone di una sua identità forte, che nasce dalla stratificazione di molte componenti culturali diverse, confluite in una matrice unitaria. Se si potesse trasferire questo amalgama nella storia antica, il pensiero corre a Roma, alla romanità culturale in rapporto alla Grecia classica e alla romanità religiosa in rapporto all’ebraismo. " Romanità " che sta a significare l’ attitudine del ricevere e del trasmettere, del sapersi se stessi, riconoscendo la propria identità, nella tensione tra un classicismo da assimilare e una barbarie interiore da sottomettere. In altre parole, miti e valori del passato sono alla base dell’attitudine di costruire e pensare se stessi, dando una luce nuova ai contenuti della propria "identità", nel senso universale del termine. (Alberto Graziani)

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  Nuove tecnologie e trasporto su ferrovia

( Divulgazione scientifica e mass media ) di Roberto Giua

 

Lo spunto di queste note deriva da alcune considerazioni fatte nella preparazione e gestione prima e nel follow-up poi  di un Convegno per “addetti ai lavori” nell’ambito della protezione dell’ambiente e dell’applicazione del concetto di sviluppo sostenibile.

Si trattava di invitare intorno ad uno stesso tavolo, grazie alle attività di promozione della principale forza ambientalista italiana, attori interessati da un lato a spingere verso un sempre più articolato sviluppo del trasporto delle merci su strada ferrata, sulle medio-lunghe distanze e soprattutto per le merci pericolose, in alternativa alle altre modalità, e dall’altro coinvolti nel processo di salvaguardia dell’ambiente.

Si trattava di un’incontro dove l’impatto ambientale del trasporto in generale e le conseguenze sulla salute, sull’incidenza infortunistica e sul consumo energetico vedeva il suo principale tema di sviluppo.

Si era provveduto pertanto ad un’opera di sensibilizzazione degli operatori, da quelli del trasporto su ferro, dai tradizionali a quelli di nuova entrata sul mercato grazie alle nuove licenze, a quelli del trasporto su gomma ai vari livelli sul territorio, per finire a quelli del comparto marittimo.

Naturalmente il contraddittorio doveva poi vedere presenti, e così è stato, aziende specializzate in tecnologie, tali da rendere abilitanti e convenienti i movimenti di merci su ferro, in termini di prestazioni e costi, ed inoltre tutti quei soggetti considerati da un lato utenti del sistema di trasporto, e dell’altro parti sociali, associazioni di consumatori, sindacati e studiosi, comunque coinvolti nei processi decisionali e di formazione dell’opinione pubblica.

Era infatti necessario riuscire ad avvicinare questi soggetti anche per rappresentare ai non addetti ai lavori o comunque a quelli di impronta più ambientalista che tecnica, che esistono soluzioni atte a rendere competitivo il sistema del trasporto delle merci su ferro, rispetto a quello su gomma, nelle medie o lunghe distanze, grazie a tecnologie che intervenendo sul parco rotabile merci e ne rendono attuale l’utilizzo.

Infatti esistono tecnologie, che sono in fase di avanzata sperimentazione in paesi europei, che potrebbero essere agevolmente testati con la loro installazione su un ridotto parco rotabile nazionale , per verificarne l’attuazione pratica.

Tali tecnologie permettono di avere un carico maggiore di merce su ogni carro, di far viaggiare i treni a velocità doppia rispetto a quella attuale e di comporre treni più lunghi.

Anche uno sprovveduto lettore capirebbe che l’insieme di queste caratteristiche porterebbero indubbi vantaggi al trasporto merci su ferro, rendendo peraltro un egregio servizio alla Società, con un impatto ambientale tratto a vantaggio della salute.

Ebbene, pur riconoscendo che nel suo complesso il Convegno ha avuto successo di pubblico e di presenza, con autorevoli rappresentanti delle parti coinvolte, non altrettanto, mi duole dirlo, possiamo essere soddisfatti di come la stampa specializzata, vuoi le agenzie che i singoli giornalisti presenti, di estrazione più o meno ambientalista, ha saputo recepire e comunicare l’evento.

Infatti non credo ci si possa più solo soffermare su argomenti più specificatamente giornalistici da “notizia del giorno”, perché spesso ciò mortifica lo sforzo , economico, tecnologico e di innovazione che è presente in molte iniziative, che per essere apprezzate e valutate per il loro vero potenziale, debbono essere quantomeno recepite, capite e riportate correttamente dai media.

Mi riferisco al fatto che la quasi totalità dei comunicati stampa delle maggiori agenzie sono poi stati riportati solo molto parzialmente e da poche testate (Il Sole 24 Ore e La Repubblica) , ma comunque anche il senso dato delle agenzie stesse era più mirato ad evidenziare i fattori politici che muoveranno la prossima finanziaria che non ad acquisire spunti di fattibilità concreta.

Voglio cioè dire che così come è vero che si devono trovare i soldi in finanziaria per potenziare le ferrovie, per incentivare l’intermodalità, per supportare il mezzo su rotaia per il trasporto delle merci, è anche vero che questi intendimenti rimarrebbero belle parole su di uno splendido “libro bianco” senza una attenzione al come poter raggiungere quegli obiettivi dal punto di vista tecnologico.

Bisogna infatti dire che non tutti i tipi di intervento fruttano nello stesso modo e negli stessi tempi e mi sembra corretto che mentre nessuno disconosce che per fare alcune importanti opere, come i tunnel o l’eventuale Ponte sullo stretto, sia contemporaneamente una sfida di credibilità politica e di impegno per lo sviluppo, si deve anche ammettere che con molti milioni di euro in meno si può intervenire sull’esistente, rendendolo tecnologicamente più idoneo ai nuovi servizi.

Si deve pensare che il mancato adeguamento del sistema di trasporto merci su ferro non deve far dire che abbiamo risparmiato, ma bensì che stiamo contribuendo da un lato ad incrementare il danno per il Sistema Paese e dall’altro a rendere sempre più problematico l’utilizzo dell’attuale parco rotabile nazionale.

Questo sarebbe un grave colpo al nostro trasporto ferroviario che da sempre paga un prezzo  di rincorsa verso la concorrenza estera e tra poco anche una effettiva concorrenza interna, candidando FS Cargo ad un ruolo subalterno nei confronti di scelte strategiche e di tecnologie d’oltralpe.

Ecco quindi, per concludere, che il ruolo dell’informazione e della comunicazione, non solo dell’evento ma anche dei suoi contenuti diventa un fattore importante per sensibilizzare opinione pubblica ed istituzioni sulle cose reali che si possono fare.

(Roberto Giua)

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