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Riccardo Furgoni Mass-media e partecipazione politica
Saggi e
Studi di
Pubblicistica
ROMA
©(Tutti i diritti riservati)
1.
Una crescente importanza. L’analisi della partecipazione
politica in un contesto di pervasiva diffusione dei mezzi di comunicazione di
massa, vale di per sé come implicito riconoscimento dell’influenza che questi
ultimi esercitano sul complesso rapporto che intercorre tra sistema politico e
cittadini. D’altronde, non potrebbe accadere diversamente in una fase storica
segnata dalla crescente diffusione e diversificazione dei mezzi di comunicazione
in grado di modificare profondamente le modalità attraverso cui avviene il
reperimento delle informazioni e la conseguente strutturazione di un’opinione
politica, forza motrice di ogni pratica autenticamente partecipativa. A
questo proposito il secolo appena trascorso ha visto susseguirsi diverse ondate
di fiducia in un potere assoluto dei media, seguite da altrettante
caratterizzate da un più o meno drastico ridimensionamento degli effetti che ad
essi potevano essere ascritti, in una perenne oscillazione tra visioni
ottimistiche e pessimistiche sui possibili risultati di una continua esposizione
ai contenuti mediatizzati[1]. Sarà
pertanto necessario dirigere l’attenzione non tanto
sulle possibilità intrinseche dei media di dar luogo ad effetti più o meno
intensi ma sulle modificazioni che essi apportano allo spazio pubblico rispetto
alla sua concezione classica. Questo, considerato dagli ormai storici lavori
della Arendt [1958] e di Habermas [1962] come un luogo in cui i contenuti
informativi dovrebbero essere veicolati in una forma discorsiva basata sulla
compresenza, secondo una visione democratica ispirata al modello della polis
greca, è stato interessato da un progressivo mutamento della sua organizzazione
interna che lo ha portato a realizzare «una situazione comunicativa che è
tutt’altra cosa dallo scambio dialogico» [Habermas, 1962][2]. 2.
Modelli di interazione a confronto. Sia dal punto di vista politologico che sociologico si è da molto tempo appurato quanto un’equilibrata partecipazione politica necessiti di un’altrettanto equilibrata distribuzione del potere, inteso nella sua più vasta e poliedrica accezione; per questo, anche nel caso della scambio informativo il modello ideale di organizzazione della sfera pubblica dovrebbe garantire una sostanziale equipollenza tra i diversi attori coinvolti, come illustrato nella figura 6.1: Figura 6.1 – Modello pubblicistico-dialogico della comunicazione politica.
Fonte: Mazzoleni [2004] Lo
spazio centrale (d), propriamente inquadrabile nei confini della comunicazione
politica mediatizzata, sarebbe quindi il risultato dell’interazione tra
attori «primi inter pares» ed inseribile «in un più ampio processo di
interazioni discorsive tra tutte le componenti dello spazio pubblico politico,
dello spazio pubblico mediatizzato e della società civile» [Mazzoleni, 2004].
In ogni caso si manterrebbero possibilità di scambio dialogico indipendenti da
ognuno degli attori coinvolti (a-b-c), con il risultato che i media
apparirebbero come catalizzatori dell’interazione e non come strutturatori
dell’arena pubblica. L’uso
del condizionale che ha caratterizzato le ultime righe non va inteso però come
il segno di una sostanziale irrealizzabilità di questa condizione; anzi, si può
dire che questa sia già realizzata da tempo, limitando la sua diffusione a
quegli ambiti in cui le fonti di informazione politica non sono interamente
legate ai mezzi di comunicazione di massa. Come questo sia ancora possibile, in
una fase di crisi dei classici canali di intermediazione, è però tutt’altra
questione e in tal senso si può certamente affermare che tale condizione
appartenga ormai ad una ridotta schiera di individui dotati di un’elevata
quantità di risorse culturali, economiche ed informative, elementi non certo
comuni alla maggioranza dei cittadini. Per questi ultimi il modello di
interazione più plausibile risulta essere il seguente: Figura 6.2 – Modello mediatico della comunicazione politica.
Fonte: Mazzoleni [2004]
Pur
se in questo modello l’interazione tra cittadini e sistema politico è ancora
presente, l’elemento centrale è rappresentato dal diverso ruolo rivestito dai
media. Se nel modello precedente essi apparivano come una delle tre forze la cui
reciproca interazione dava vita allo spazio pubblico, in questo caso i media si
identificano con lo spazio pubblico, finendo per plasmare profondamente le
relazioni che si situano al suo interno. Questa visione, che risulta a tutt’oggi
tra le più condivise dai ricercatori di questo campo disciplinare, può essere
ricondotta alla nota espressione “mediatizzazione della politica”, con la
quale si vuole sottolineare che i media non solo soltanto canali di
comunicazione tra sistema politico e cittadini ma «fungono da ribalta
dell’azione politica, e al tempo stesso sono interlocutori di entrambi gli
attori, condizionano la natura dei loro rapporti, obbligano le istituzioni, i
partiti, i leader, i cittadini ad adattarsi alle logiche che governano la
comunicazione di massa» [Mazzoleni, 2004]. Se
la situazione fosse così semplice, però, la partecipazione non risulterebbe
compromessa ma semplicemente modificata: vantaggi e svantaggi finirebbero con
l’essere condivisi da entrambi gli attori e l’unico problema sarebbe
rappresentato, semmai, dal potere di influenza che l’apparato mediatico
potrebbe esercitare all’interno di relazioni dirette con il sistema politico e
i cittadini. Ci si troverebbe in altre parole in un contesto di interazione
mediata dove lo scambio manterrebbe i tratti propri dell’organizzazione
dialogica pur con una sostanziale differenza nell’accessibilità dei
“retroscena”[3]
dei rispettivi attori. Il nucleo della questione non risiede dunque nella più o
meno forte pervasività dei mezzi di comunicazione di massa ma nel particolare
tipo di rapporto che si origina tra cittadini e sistema politico, modificando
sensibilmente alcune delle possibilità partecipative. I due sottoinsiemi
presenti nella figura 6.2, quindi, non sono semplicemente intersecati ma sono
interagenti in una modalità più complessa, come illustrato nella figura 6.3: Figura 6.3 – Organizzazione del rapporto tra sistema politico e cittadini in un contesto di quasi-interazione mediata.
Fonte: Thompson [1995].
Ciò
che in questa situazione balza agli occhi immediatamente è la sostanziale
unidirezionalità del messaggio veicolato: esso si sposta dall’emittente al
destinatario generalizzato senza che questi possa in alcun modo intervenire sui
contenuti espressi, ma soltanto sull’uso che intende fare di questi ultimi. Ciò
avviene per due ordini di motivi, il primo dei quali è rappresentato dalla
differente consistenza numerica delle due classi: da un lato un ridotto numero
di individui impegnati nella “cornice interattiva della produzione” dà vita
ai contenuti che saranno mediatizzati; dall’altro un elevato numero di
riceventi è inserito nella “cornice interattiva della ricezione” senza la
possibilità di veder soddisfatte le esigenze di replica di ognuno. A questo
motivo si assomma quello che Thompson [1995] definisce discontinuità
spazio-temporale tra le due cornici, situazione che comporta per gli
individui la necessità di «sospendere, in qualche misura, le strutture
spazio-temporali della loro vita quotidiana, e orientarsi temporaneamente verso
uno schema di coordinate differente; essi si trasformano, in effetti, in
esploratori dello spazio e del tempo, impegnati a passare tra diverse strutture
spazio-temporali e a ricondurre l’esperienza mediata di altri luoghi e altri
tempi ai contesti della loro vita quotidiana». È
in questo senso che bisogna parlare di quasi-interazione mediata, dato
che la produzione di forme simboliche avviene nella consapevolezza di una scarsa
o nulla possibilità di influenzamento diretto da parte dei cittadini nei
confronti delle istituzioni politiche. Nel quadro delle possibilità di
partecipazione politica l’approfondirsi di questa modalità di interazione
provoca mutamenti non trascurabili nella vita dei cittadini. La compresenza,
infatti, ha sempre garantito una più o meno intensa possibilità di influenzare
l’attività di progettazione e implementazione delle politiche, obbligando i
rispettivi attori all’adozione di un comune terreno di riferimento e alla
moltiplicazione degli indizi simbolici necessari alla corretta comprensione e
contestualizzazione dei messaggi. È
ovvio che quando si arriva a parlare di compresenza, in un panorama che vede da
un lato una moltitudine di elettori e dall’altro un’istituzione di
intermediazione quale ad esempio è il partito, non ci si riferisce certo alla
ricchezza, all’unicità e alla flessibilità di una comunicazione faccia a
faccia tra due individui; ciò che in questo caso è importante osservare è
come la logica mass-mediale moderna si discosti progressivamente dal
coinvolgimento diretto dei cittadini nell’attività di formulazione e
veicolazione dei contenuti informativi, spostando il baricentro all’esterno
del partito stesso e relegando gli individui al mero ruolo di destinatari più o
meno inquadrati in segmenti omogenei di mercato elettorale. In tal senso si
prenda come esempio la tabella 6.1 che illustra l’evoluzione storica delle
pratiche di comunicazione elettorale, osservando la progressiva perdita di
influenza del partito centrato sulle persone a favore del partito centrato su
logiche di mercato: Tabella 6.1 – Evoluzione delle pratiche di comunicazione elettorale.
Fonte: Plasser e Plasser [2002] Dalla
lettura di questo schema si può osservare però anche un’ulteriore ed
interessante modificazione: a lato della mediatizzazione estesa dei contenuti
politici e del ruolo marginale assunto dagli aderenti al partito nei confronti
delle nuove modalità comunicative, si assiste ad una crescente quantità di
informazioni veicolate in un assetto di campagna elettorale permanente volta a
coinvolgere l’intera massa degli elettori. Si potrebbe banalmente osservare
che questa condizione nasce dalle intrinseche caratteristiche dei mass-media
moderni che consentono una capillare e martellante reiterazione dei messaggi
politici ma, allo stesso modo, è possibile considerare questa moltiplicazione
informativa come il tentativo di colmare un crescente deficit di
comprensibilità riguardante l’intero ambito del politico. È
ancora Thompson, infatti, [1995] a rilevare come la discontinuità
spazio-temporale legata alla quasi-interazione
mediata porti con sé la necessità di un’intensa attività di interpolazione
volta a contestualizzare le informazioni ricevute all’interno della
propria cornice individuale. Volendo estendere questo concetto alla più ampia
categoria del comprensibile si può affermare che la partecipazione politica ad
una realtà mass-mediatizzata debba nascere da un incredibile sforzo di comprensione,
contestualizzazione ed incorporazione dei contenuti veicolati per un
pubblico indifferenziato. A quanti ritengano questa osservazione imprecisa, in
una fase storica che vede approfondirsi le tecniche di marketing politico legate
ad una personalizzazione del messaggio opposta ad una sua generalizzazione, si
può opporre che la difficoltà di incorporazione del messaggio stesso
all’interno degli spazi della propria esperienza individuale resta ugualmente
alta. Il problema non è quanto la comunicazione politica sia plasmata sulle
caratteristiche individuali ma quanto la comunicazione sia organizzata su un
modello aprioristico di individuo. Se si considera un’interessante considerazione di Gian Primo Cella, affermato studioso del sindacato, che nel suo testo dal titolo “Il sindacato” [1999] ricordava appunto come quest’ultimo «è in fondo una rappresentazione organizzata degli aspetti più concreti della vita quotidiana, del lavoro, ma non solo. […] Fornisce rappresentanza e protezione al lavoro, e ai lavoratori, per come essi sono, non per come dovrebbero essere» si intende dire che soltanto in un rapporto tanto diretto da portare alla luce elementi riconducibili alla realtà degli individui in quanto tali si può parlare realisticamente di una comunicazione politica che possa essere terreno di cultura per una pratica partecipativa. Insomma, per quanto la modellizzazione possa essere fine, essa resta sempre e comunque una modellizzazione e lo sforzo necessario agli individui per potersi interfacciare con essa sarà considerevole. In questo senso credo che la crisi di partecipazione osservata da molti nel corso degli ultimi anni sia riconducibile, tra le molteplici cause, anche alla necessità di un crescente impegno nel contestualizzare le informazioni provenienti dall’esterno nell’ambito della propria esperienza individuale. In assenza di validi canali di intermediazione o di chiari riferimenti ideologici e di classe, buona parte delle risorse spendibili in attività partecipativa devono essere reindirizzate nell’attività di comprensione della scena politica. 3.
Effetti sistemici della mediatizzazione sullo scenario partecipativo. Tra le modificazioni più consistenti delle possibilità di partecipazione, avvenute a livello sistemico a seguito dell’affermarsi della mediatizzazione politica, va certamente ricordata l’evoluzione del legame tra il partito e i suoi iscritti tanto da poter affermare che «i partiti politici di massa, con ampi apparati burocratici, radicati nel territorio e basati su stabili e intensi legami tra iscritti e leader e sulla partecipazione interna, sono oramai anacronistici» [Raniolo, 2002]. La crescente centralità dei media ha infatti spostato il fulcro della competizione politica dall’efficienza della macchina partito, intesa nella sua capillarità e capacità di coinvolgere i propri iscritti, alla capacità di ottenere accesso ai media, nel tentativo di veicolare il maggior numero di messaggi al più ampio pubblico possibile. Questa condizione porta però ad una modificazione fondamentale: l’attenzione ossessiva posta nei confronti delle personalità politiche, la preminenza televisiva del “vedere” sul “capire” [Sartori, 1997], ha lentamente portato ad una individualizzazione e «personalizzazione della rappresentanza» [Pasquino, 1993] con esiziali ripercussioni sull’intero sistema politico e sull’auspicabilità di un’alta partecipazione. Questa rinnovata centralità della persona politica a seguito di un periodo contraddistinto da decenni di dominio delle istituzioni ha favorito il ripresentarsi di antiche e mai sopite tendenze alla leaderizzazione, passando da un sistema di «democrazia acefala» ad una «leadership personalizzata» [Cavalli, 1992], dove nella prima la possibilità di comando era assicurata dal valore aggiunto insito nell’intensità delle relazioni dialogiche leadership-membership, nella seconda è centrata sull’esistenza di una volontà di investitura che funga da surrogato della partecipazione stessa. Alla rinuncia di una propria influenza diretta si preferisce che a “scendere in campo” siano altri, nella convinzione che l’accentramento di potere sia la soluzione ad ogni crisi di governance. È in questo quadro che vanno lette le varie proposte di elezione diretta del governo, di riforma presidenziale, perfino la supposta preferibilità del sistema maggioritario nei confronti del proporzionale. Per quanto lontane possano apparire queste affermazioni dall’ambito della partecipazione politica valga un’osservazione: il termine partecipazione non può scindersi dal termine istituzione; ad ogni impoverimento del secondo, sia esso relativo alla crisi dei canali di intermediazione o alla pretestuosa volontà di fondere legislativo ed esecutivo in un’elezione diretta del governo, a risentirne sarà sempre e comunque la possibilità di coinvolgimento diretto dei cittadini. Non sempre, in questo caso, una maggior rapidità decisionale o snellezza istituzionale può rappresentare un’ulteriore conquista democratica. Un altro importante effetto sul funzionamento dei partiti e sull’annessa possibilità partecipativa da parte dei cittadini riguarda la selezione delle élite politiche: in un contesto di mediatizzazione avanzata si assiste al «trasferimento dei meccanismi di reclutamento del ceto politico dalle macchine di partito ad agenti esterni al sistema partitico, che adottano criteri alieni e fuori dal controllo dei tradizionali selezionatori» [Mazzoleni, 2004]. La logica sottesa a questa evoluzione ruota intorno a due linee guida: da un lato la mediatizzazione della scena politica implica costi molto elevati e i candidati vengono per questo scelti in base alle possibilità di un consistente apporto economico, o comunque indirettamente capitalizzabile, che funga da risorsa per le attività politiche; dall’altro lato il candidato viene selezionato in base a caratteristiche pertinenti ad un profilo mediatico piuttosto che ad un profilo di elevato spessore politico. Ecco che la visibilità e la riconoscibilità prendono il posto della competenza e della propositività, fungendo da ulteriore ostacolo al raggiungimento di ruoli importanti da parte dell’individuo politicizzato a vantaggio del semplice affiliato. Un ulteriore effetto sistemico della mediatizzazione politica è rappresentato dal legame che questa ha stabilito con la pratica del sondaggio. Utilizzato in passato soltanto nelle consultazioni elettorali allo scopo di lenire l’ansia del personale politico e di garantire audience elevate alle maratone televisive approntate per l’occasione, la sua costante utilizzazione lo ha trasformato nello strumento preferito per monitorare il polso dell’elettorato. Formarsi un giudizio su questa pratica non è affatto difficile: si valutino gli interventi sui maggiori quotidiani nazionali di Zagrebelsky [1994] e Zincone [1994], nonché i lavori di Rodotà [1994], Draghi [1997], Ceri [1997] e Manin [1995]. In tutti i casi viene pronunciata una condanna più o meno definitiva, preceduta talvolta da una sarcastica affermazione quale ad esempio «siamo di fronte ad una straordinaria conquista democratica» immediatamente cassata, poche righe a seguire, con la chiara espressione «pericolo gravissimo», stando alle affermazioni del già citato Zincone. In linea di massima si potrebbe pensare che un massiccio ricorso al sondaggio, perfino dotandolo di un vero e proprio potere di indirizzo politico, sia un consistente passo verso la democrazia diretta, verso una piena ed efficace partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, in una riduzione di distanza dall’élite politica che è garanzia di una corretta interpretazione del pensiero dell’intera cittadinanza. In realtà, la partecipazione politica, e la stessa azione politica, seguono percorsi non lineari tali da impedire che la loro manifestazione possa essere incanalata in uno strumento come il sondaggio. In tal senso è Ceri [1997] a sottolineare come nel sondaggio la gente “risponda”, mentre nella partecipazione vera e propria la gente “parli”, ma ancor prima Bordieu [1976] rileva intelligentemente come sia pura illusione credere che esista «un’opinione pubblica come pura addizione di opinioni individuali». Possiamo più semplicemente dire che pur se presente alla base del concetto di rappresentatività statistica, l’assunto atomistico non è affatto alla base della rappresentatività politica. L’uso massiccio del sondaggio, anche nel miglior intento democratico, non può quindi che coinvolgere i cittadini prescindendo dalla rete delle relazioni sociali in cui sono immersi, fatto che, volendo adottare una visione riconducibile alla sociologia politica, implica un coinvolgimento ben lontano dalla cornice propria dello Stato. Quali sono, dunque, le conseguenze pratiche per la partecipazione e per la democrazia stessa? È Ceri [1997] a fornire un quadro esaustivo della questione: - in primo luogo si assiste alla possibilità che vengano promossi interessi particolari rispetto ad interessi generali dato che la possibilità di risposta è limitata dalla gamma di domande che vengono poste; - in secondo luogo la cortocircuitazione sondaggio-pubblicizzazione del risultato-decreto-nuovo sondaggio porta ad una banalizzazione dei problemi più rilevanti derivati dalla commistione di questioni pertinenti e rilevanti con questioni estemporanee o effimere, unitamente alla diffusa e costante pratica di esaltazione giornalistica che impedisce di assumere un metro conoscitivo veramente obiettivo; - la terza conseguenza è riconducibile ad un effetto di sovraesposizione dell’opinione della maggioranza e di una sua investitura “sacrale” che implica la necessita di un’immediata attuazione delle sue delibere senza valutare i diritti delle minoranze. A questo si aggiunge un’inedita frattura tra rappresentanti democraticamente eletti e sondo-partecipazione qualora il risultato dei sondaggi differisca dalle legittime decisioni dei corpi rappresentativi, con evidenti problemi per l’intero edificio istituzionale; - un’altra grave conseguenza è la sostituzione di una partecipazione sedimentata, progressiva e matura con una versione essenzialmente impegnata nell’attimo legiferante del sondaggio, sostituendo l’attenzione verso le politiche con l’attenzione per l’élite politica che ne detiene le possibilità attuative. Da qui si arriva ben presto alla formulazione di politiche che inseguono il consenso quando il secondo, normalmente, dovrebbe essere conseguenza delle prime; - infine merita di essere considerato il processo di vicinanza e militanza illusoria che porta alle estreme conseguenze la già problematica attività partecipativa. In una politica plebiscitaria e mass-mediatizzata non vi è alcun interesse al confronto e al dibattito interno, nel costante rischio che si possano formare correnti di pensiero che inficerebbero l’orientamento prettamente decisionista. La struttura di base ha l’unica utilità di formare adepti e veicolare i contenuti dell’élite dominante. In questo senso se l’estremizzazione della mediatizzazione sarà l’avvento della società digitale non è possibile prevedere un sostanziale miglioramento o rivoluzionamento dell’efficacia delle modalità partecipative. A mio avviso nessuna rete, per quanto essa sia eccellentemente diffusa e ubbidiente a logiche democratiche, potrà prendere il posto di un’istituzione di rappresentanza e di intermediazione basata su logiche aggregative. Il vertiginoso aumento della possibilità responsive del singolo è inutile in un contesto di vuoto istituzionale. Le nuove tecnologie, ridimensionando ampiamente le visioni più ottimistiche, non potranno che essere un valido aiuto da affiancare a quella «trama molecolare di rapporti capaci di collegare il Palazzo e il cittadino» [Ceri, 1997] che sono i soli autenticamente politici. 4.
Dall’approccio sistemico all’approccio individuale. Pur se l’obiettivo di questo breve saggio è di sondare la natura della relazione che intercorre tra partecipazione politica e mediatizzazione, bisogna precisare che l’analisi non può fermarsi a contemplare i soli effetti sistemici, ma deve spingersi maggiormente in profondità, fino a toccare la sfera cognitiva degli individui. Si
tratta di un’esigenza non soltanto riconducibile a criteri di esaustività ma
alla necessità di mantenere un’adeguata attenzione su elementi che molto
spesso fungono da determinanti della partecipazione e non da semplici
determinati. Senza voler riproporre l’annosa questione circa il legame tra
atteggiamento e comportamento manifesto, sondata da un vasto gruppo di psicologi
sociali con risultati volti sia a ridimensionare l’ipotesi di una stretta
determinazione [Bickman, 1972; Wicker, 1968] sia a testimoniare una correlazione
più intensa [Goldschmidt e al., 1974; Browmiller, 1975], il punto di vista che
qui si intende proporre passa per la distinzione, già presente in Pasquino
[1997], tra partecipazione latente e partecipazione manifesta. La prima si
riferisce alla pratica di seguire «con interesse le fasi e gli sviluppi delle
vicende politiche, valutando positivamente le azioni e le dichiarazioni dei
protagonisti, i dibattiti tra i gruppi e le decisioni di governo, mantenendosi
informati sulle questioni del giorno, e anche gioendo o soffrendo per
l’andamento della vita politica»; la seconda investe «comportamenti, per così
dire, “pubblici”, come recarsi a votar, raccogliere firme, presenziare a
manifestazioni, militare in gruppi politici e via dicendo» [Sani, 1996]. La
correlazione che esiste tra queste due dimensioni della partecipazione è molto
stretta: si potrebbe dire che la prima influenzi la seconda per quanto riguarda
le aspettative di competenza, inerenti la capacità di mettere
fattivamente in atto un’azione politica, e per quanto riguarda le aspettative
di risultato, riguardanti la probabilità che l’azione in questione porti
all’ottenimento di un qualche risultato [Catellani, 1997]. Pur se a rigor di
logica la partecipazione politica latente trae la sua origine dal più vasto
mondo della cultura politica, definito da Almond [1992] come «l’insieme
di orientamenti soggettivi nei confronti della politica, presenti entro una
popolazione nazionale o un suo sottogruppo», strutturato secondo componenti che
sono «il risultato della socializzazione, dell’educazione e
dell’esposizione ai media che si verificano durante l’infanzia, nonché
delle esperienze compiute in età adulta rispetto alle prestazioni del governo,
della società e dell’economia», il discorso intrapreso in questo saggio
continuerà anche in questo caso a porre un’attenzione esclusiva
all’influenza della comunicazione. L’informazione, da sempre al centro della
dimensione politica, diviene infatti sempre più importante, sia per il crescere
della sua intensità, sia per il suo essere oggetto di un complesso sistema di
mediatizzazione che la porta sempre più lontano dallo scambio faccia a faccia e
a distanza enorme dai canali istituzionali di intermediazione. A tal proposito si consideri la tabella 6.2 inerente le modalità attraverso le quali la popolazione si informa della situazione politica:
Tabella 6.2 – Persone di 14 anni e più per modalità con cui si informano dei fatti della politica italiana per classe di età – Anno 2002 (per 100 persone che si informano di politica della stessa classe di età).
(..) I valori non raggiungono la metà della cifra dell’ordine minimo considerato. Fonte:
Istat [2004]
Dalla tabella si rilevano chiaramente due situazioni: una di immediata ed evidente comprensione, l’altra individuabile alla luce di considerazioni proprie della celebre teoria del «two-step flow of communication» [Lazarsfeld, Berelson, Gaudet, 1944]. Prima di addentrarsi nella questione, si osservino però alcuni elementi degni di nota: in primo luogo la televisione rappresenta per tutte le fasce di età una fonte primaria d’informazione politica, seguita a distanza da quotidiani e radio; in secondo luogo le relazioni interpersonali giocano ancora un ruolo non trascurabile nel campo dell’attività di raccolta ed elaborazione delle informazioni; infine, i grandi assenti in questo panorama risultano essere partiti e organizzazioni sindacali che, in un efficiente sistema politico, dovrebbero essere i preferibili canali di intermediazione. Certo sarebbe impensabile che partiti e sindacati svolgessero ancora una fondamentale attività di informazione politica, in uno scenario che vede diffuso praticamente in ogni abitazione un sistema ad elevata capacità informativa quale il medium televisivo, ma ciò non giustifica che in questo caso la loro importanza sia quasi tre volte inferiore a quella delle riviste non-settimanali. A fronte di questo assoluto e prevedibile dominio mediatico si situa la variabile delle relazioni interpersonali: particolarmente intense fino a 24 anni nell’ambito familiare, decrescono negli anni successivi per intensificarsi nei confronti dei colleghi di lavoro, fornendo un quadro che potrebbe portare a considerarle come canale d’informazione dotato d’influenza sufficientemente stabile. Questa breve disamina si potrebbe situare con facilità in una dimensione di “effetti limitati dei media”, con la sola differenza che la televisione viene considerata centrale nei dati presentati in tabella mentre, nel corso della loro storica indagine, i già citati Lazarsfeld, Barelson e Gaudet [1944] rilevavano che «tutte le volte che si chiedeva agli intervistati di riferire sulle ultime occasioni di esposizione alle comunicazioni di qualsiasi tipo relative alla campagna, essi citavano le discussioni politiche più spesso della radio o della stampa». Che questa influenza si verifichi in certa misura anche ai giorni nostri è fuori di dubbio, ma le differenze in questo caso sono tutt’altro che irrilevanti, portando alla ribalta non tanto il tema della possibile “ipodermicità[4]” del messaggio mediatizzato, quanto della sua accresciuta capacità di influenza per diminuzione di collaterali “dominî informativi”. Innanzitutto è necessario uno sguardo alla tabella 6.3: Tabella 6.2 – Persone di 14 anni e più per modalità con cui si informano dei fatti della politica italiana per titolo di studio – Anno 2002 (per 100 persone che si informano di politica della stessa classe di età).
Fonte: Istat [2004] Ciò che appare profondamente diverso dallo storico quadro di pertinenza dell’opinion leader è il grado di diffusione della comunicazione politica mediale: ad oggi è decisamente più consono parlare di «quasi-saturazione» [Wolf, 1985] mass-mediale piuttosto che di pervasività della comunicazione interpersonale. In questo senso non è nemmeno il titolo di studio a garantire un quadro definito di esistenza all’opinion leader: è vero che il livello culturale è ancora in grado di stratificare profondamente l’uso di media come quotidiani, periodici o radio, ma è anche vero che relativamente al medium televisione non si può dire esista tale stratificazione, essendo per tutti altissimo l’indice di esposizione. Insomma, dominî informativi veri e propri oggi non paiono più esistere: «è probabile quindi che la maggior parte dei messaggi delle comunicazioni di massa sia ricevuta in modo diretto, senza passare, per diffondersi, dal livello di comunicazione interpersonale: quest’ultima si presenta come “conversazione” sul contenuto dei media (opinion sharing) più che come strumento del passaggio di influenza dalla comunicazione di massa ai singoli destinatari (opinion giving)» [Wolf, 1985]. La classica schematizzazione proposta da Katz e Lazarsfeld [1955] può essere dunque modificata, come presentato nella figura 6.4: Figura 6.4 – Evoluzione dal modello di opinion giving al modello di opinion sharing.
Alla luce di questo schema è possibile affermare con una certa facilità che una partecipazione politica alimentata da una crescente importanza dei dominî informativi centrali a discapito dei periferici incontrerà problemi sempre maggiori a mantenersi indipendente dagli effetti cognitivi dei media. 5.
Gli effetti cognitivi tra mediatizzazione e partecipazione. Sono stati molti i contributi volti a misurare l’effetto che i media producono a livello cognitivo con conseguenti riflessi nel campo della partecipazione politica. Sostanzialmente le scuole di pensiero si dividono in due filoni principali: da un lato esiste una visione pessimistica che vede nei media i produttori di una pseudopartecipazione, dall’altro alcuni ricercatori hanno visto nei nuovi mezzi di comunicazione un possibile strumento di crescita civile e democratica dei cittadini. Storicamente,
al primo tipo appartengono Lazarsfeld e Merton [1948] che in un loro saggio
hanno per primi parlato di «disfunzione narcotizzante» dei media,
relativamente ai bassi livelli di coinvolgimento e consapevolezza politica che
l’esposizione ai contenuti mediati produceva negli spettatori. Questa tesi,
profondamente criticata a suo tempo, è tornata pienamente in campo negli ultimi
anni nei contributi di Paletz e Entman [1981] che rilevano come negli Stati
Uniti «i media diminuiscano la capacità e l’inclinazione degli americani –
la cittadinanza di massa – a partecipare con efficacia in politica. […] Se
tentassero di partecipare di più […] si renderebbero conto della propria
impotenza» e di Putnam [2000] che afferma quanto «una teledipendenza – come
quella di cui più o meno tutti siamo affetti – sia incompatibile con un
impegno significativo alla vita politica» [Putnam, 2000]. In ogni caso l’idea
alla base resta sempre che «nella democrazia mediatica la politica alla pari
del calcio è diventata un’attività da poltrona: assistere alla gara seduti
comodamente in soggiorno ha sostituito la necessità di giocare sul campo. La
partecipazione nella democrazia mediatica è essenzialmente un surrogato»
[Franklin, 1994]. Dall’altro
versante le tesi ampiamente pessimistiche trovano parziale smentita nelle
affermazioni di alcuni ricercatori, tra cui Dayan e Katz [1992], i quali
ritengono che la televisione «presenti ai
suoi telespettatori nuovi e moderni modi di partecipazione in sostituzione di
quello vecchio» o di Norris [2000] che rileva come «le persone che guardano di
più le notizie in Tv, leggono più giornali, […] guardano con più fiducia
alla politica, e partecipano alla vita politica». Da
questa stringata premessa occorrerà proseguire con più attenzione
nell’analisi di alcuni effetti cognitivi in grado di modificare la percezione
dell’ambiente politico, con conseguenti ripercussioni sulla partecipazione
stessa: -
agenda
setting: secondo
questa classica teoria «la gente tende a includere o escludere dalle proprie
conoscenze ciò che i media includono o escludono dal proprio contenuto. Il
pubblico inoltre tende ad assegnare, a ciò che esso include, un’importanza
che riflette da vicino l’enfasi attribuita dai mass media agli eventi, ai
problemi, alle persone. […] I media, descrivendo e precisando la realtà
esterna, presentano al pubblico una lista di ciò intorno a cui avere
un’opinione e discutere» [Shaw, 1979]. Se queste affermazioni vengono
considerate in un’analisi inerente la partecipazione politica, le conclusioni
non possono certamente essere positive, dato che l’influenza posta sui media
da parte degli attori politici non subisce a tutt’oggi un adeguato controllo
di democraticità. In un contesto propriamente partitico, con una saldo ed
efficiente sistema di rappresentanza parlamentare, e con una teorica marginalità
dei media, il peso dell’informazione veicolata sarebbe proporzionale al peso
politico dei vari partiti. La virtuosità di tale condizione non andrebbe però
ricondotta ad una pretesa maggior veridicità dell’informazione
veicolata, quanto ad una sua intrinseca multipolarità, essendo scaturita
da molteplici dominî informativi. In una condizione di centralità dei
mass-media e in assenza di un loro specifico controllo di democraticità, la
possibilità di determinare l’agenda gioca un ruolo fondamentale nella stessa
possibilità dei cittadini di partecipare attivamente alla vita politica; -
priming:
con questo termine si intende la possibilità dell’informazione televisiva di
influenzare «i criteri con i quali [la gente] giudica governi, presidenti,
politiche e candidati» [Iyengar e Kinder, 1987]. Rispetto all’agenda setting
il focus è centrato non tanto sull’importanza delle varie issues ma
sulla centralità che queste hanno nella formulazione di un giudizio di natura
politica. Anche questo effetto determina conseguenze non trascurabili
nell’ambito della partecipazione: se il cittadino struttura le proprie attività
politiche sulla base di giudizi di fondo riguardanti la realtà che lo circonda,
la modificazione del metro di giudizio non potrà che favorire o determinare un
cambiamento nelle attività di partecipazione. Ciò
che a conclusione di questo saggio si ritiene opportuno sottolineare è che la
mediatizzazione non rappresenta in sé e per sé un vantaggio o uno svantaggio
nelle possibilità offerte alla partecipazione. Ciò che importa, riferendosi in
particolare ai nuovi media, considerati da molti come gli unici in grado di
situarsi in futuro all’interno di una forma di scambio democratico, è
un’altra cosa, come sottolineato da Bentivegna [1999]: «Posta in questi
termini, l’attribuzione del carattere democratico della rete torna ad essere
oggetto di analisi sulle concrete applicazioni rintracciabili a tutt’oggi. Non
più, quindi, strumento di democrazia tout court ma strumento flessibile
e aperto a molteplici usi e finalità, non ultima quella di costruire un nuovo
“luogo” di incontro tra soggetti politici e cittadini. […] La
realizzazione di tale luogo, tuttavia, è il frutto non soltanto
dell’applicazione delle nuove tecnologie ma, anche, del contributo di tutti
coloro che devono garantire una presenza attiva che vada in quella direzione». Un’osservazione, questa, realistica e pienamente bilanciata: soltanto se una forma consegue alla sua sostanza è possibile parlare compiutamente di un’evoluzione, sia essa personale, sociale o politica, come in questo caso.
[1] Nella sterminata letteratura sull’argomento, che risulta tra i più dibattuti dell’intera area disciplinare, si considerino per una visione di massima alcuni testi fondamentali di queste alterne fasi di fiducia/sfiducia nel potere dei media: Lasswell H. “Propaganda tecniques in the World War”, Peter Smith, New York, 1927; Lazarsfeld P., Merton R. “Mass communication, popular taste and organized social action”, in Bryson L. “The communication of ideas”, Cooper Square Publisher, New York, 1948; Noelle Neumann E. “Return to the concept of powerful mass media”, in Eguchi H., Sata K. “Studies of Broadcasting”, n.9, NHK, Tokio, 1973 e anche “The spiral of silence: Summary and Overview”, European University Institute, Summer School on Comparative European Politics, Florence, 1985. [2]
Si considerino in tal senso anche i lavori di Sennett R.“The fall of
public man”, Cambridge University Press, [3] Ci si riferisce qui alla nota distinzione tra ribalta e retroscena proposta da Goffmann in “The presentation of self in everyday life”, Penguin, Harmondsworth, 1969; trad. it. “La vita quotidiana come rappresentazione”, Il Mulino, Bologna, 1986. [4] Con questo termine si allude alla convinzione, diffusa tra gli studiosi di comunicazione dei primi decenni del secolo, che l’influenza dei media avvenisse per mezzo di processi asimmetrici, con un emittente attivo e una massa passiva di destinatari che “colpita” dallo stimolo reagisse immediatamente, in un contesto in cui la comunicazione appare indipendente dai rapporti sociali, situazionali e culturali a causa dell’atomizzazione degli individui. Si veda, per un’analisi più dettagliata Lasswell [1927, 1948]; per un’analisi critica, nell’ampia letteratura presente, si ricorda Katz e Lazarsfeld [1955]; Katz [1969]; Schulz [1982]; per una visione d’insieme Wolf [1985]; De Fleur e Ball-Rokeach [1989]. Riferimenti
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sindacato, Roma-Bari, Laterza. Ceri, P. 1997
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e Ball-Rokeach, S.J. 1989 Theories
of Mass Communication, Draghi, S. 1997
Il sondaggio come profezia, in Ceri, P. (a cura di), Politica
e sondaggi, Torino, Rosenberg & Sellier. Franklin, B. 1994 Packaging
Politics. Political Communications in Goffmann, E. 1969 The
presentation of self in everyday life, Harmondsworth, Penguin; trad. it.
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quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1986. Goldschmidt, J., Gergen, M.M.,
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K.J. 1974 The
women’s liberation movement: Attitudes and action, in «Journal of
Personality», n. 42. Gouldner, A.W. 1976 The
dialectic of ideology and tecnology: the origins, grammar, and future of
ideology, Habermas, J. 1962
Strukturwandel der Öffentlichkheit, Neuwied, Hermann Luchterhanh; trad. it. Storia
e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari, Laterza. Iyengar, S. e Kinder,
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Research and the Image of Society: Convergence of Two Traditions, in «American
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Lazarsfeld, P. 1955 Personal
influence: the Part Played by People in the Flow of Mass Communications, Lasswell, H. 1927 Propaganda
tecniques in the World War, 1948 The
structure and Function of Communication in Society, in Bryson, L., The
communication of ideas, Lazarsfeld, P., Berelson, B. e Gaudet, H. 1944 The People’s Choice, Lazarsfeld, P. e Merton, R. 1948 Mass
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La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino. Noelle Neumann, E. 1973 Return
to the concept of powerful mass media, in Eguchi, H. e Sata, K., Studies
of Broadcasting, n.9, Tokio, NHK. 1985 The
spiral of silence: Summary and Overview, Summer School on Comparative
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Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della
preferenza unica, Bologna, Il Mulino. 1997
Corso di scienza politica, Bologna, Il Mulino. Plasser, F. e Plasser, G. 2002 Global Political
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Partecipazione politica, in Enciclopedia delle Scienze
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Articolo comparso sul quotidiano « Zincone, G. 1994
Articolo comparso sul quotidiano «Il Corriere della Sera», edizione
del 5 agosto. Altre
fonti: 2004
«Cultura, Socialità e Tempo Libero. Indagine multiscopo sulle
famiglie. Aspetti della vita quotidiana», Roma, Istat.
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