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La comunicazione medico paziente
Saggi e
Studi di
Pubblicistica
ROMA
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PREMESSA
Sicuramente
nell’epoca in cui viviamo, tutto ciò che ci riguarda e che ci circonda ha a
che fare in qualche modo con la comunicazione. La società attuale però vive un
momento in cui tale comunicazione spesso è a senso unico, cioè non si occupa
di arrivare a capire e avvicinare la maggior parte delle persone. Il senso
comune è molte volte quello di trovare consensi, aiuti, di vendere il più
possibile, perdendo di vista l’obiettivo che la comunicazione ha in sé, già
nella sua accezione di derivazione latina, “communicare”
quindi trasmettere e dare a tutti un qualcosa.
In alcuni ambiti poi, più che in altri, si rende ancora più urgente una
chiarificazione del termine comunicazione, per il fatto che un tipo che fosse
dannosa o anche soltanto deficitaria, potrebbe avere conseguenze irreversibili
di incomprensione, insoddisfazione e malcontento, là dove tutto questo deve
essere ovviamente non consentito: dove ci sono pazienti che soffrono.
Si potrebbe chiamare ospedale o centri di ricovero, ma definendoli dei luoghi in
cui ci sono delle persone che hanno un bisogno, riusciamo a capire come il lato
umano e sensibile di ogni persona che si occupa di comunicazione, debba in tal
caso essere prevalente.
Si può dire che la medicina abbia come fondamentale obiettivo quello di aiutare
ad allungare la vita e guarire dalle malattie. Aumentando la specializzazione in
diversi ambiti, si è però arrivati anche a dividere e parcellizzare sempre più
lo studio dell’essere umano. Ogni medico è attento al suo specifico campo di
studio, sempre meno, però, ad una visione globale del soggetto che va da lui e
dice “sono ammalato”.
Per capire meglio la difficile interpretazione del rapporto medico-paziente e
l’ottica con cui si vive l’esperienza della malattia, si deve far
riferimento alla normale diversificazione con cui si parla di questa,
introducendo i concetti di illness e
disease. Illness è la sensazione che il soggetto ha del proprio star male,
una percezione personale che lo porta ad entrare in contatto con i suoi pensieri
e sentimenti. Invece il Disease è la malattia fisica vera e propria che
colpisce il malato e riguarda tutti i sintomi che il medico può constatare e
che gli serve per fare la diagnosi ed occuparsi del reale stato di salute del
soggetto. La netta differenza è che nel primo termine viene racchiuso tutto il
mondo intimi di chi soffre, le sue paure, le ansie che accompagnano il disagio;
nel secondo invece usiamo specificare quel lato puramente sintomatico che
interessa i sanitari e che si può misura in maniera scientifica, ciò che causa
realmente la malattia. Dal punto di vista medico, spesso, si è portati a dare
peso solo ai lati fisici del problema “malattia”,senza dare troppa
attenzione a come si sente chi ne soffre, a come quella diversa condizione dalle
abituali condizioni di vita porti uno sconvolgimento nel mondo personale del
soggetto.
Ciò che deve interessare un intervento mirato a capire e comprendere tutte le
dinamiche soggettive della malattia da parte del paziente, è agevolare la
comprensione del disease, e prendere realmente in considerazione il lato
emozionale di questi pazienti.
Diversi studi che sono stati fatto negli Stati Uniti e che poi sono stati
ripresi anche nella Regione Lazio, in particolare nell’Ospedale Sant’Andrea
di Roma, hanno dimostrato che la comunicazione tra medico e paziente, nel caso
suddetto riferendosi a problematiche oncologiche, possono determinare una
situazione positiva di scambio che permette alla due parti in gioco di
comprendersi, aprirsi e giungere ad un punto di comunicazione bidirezionale. Tutto ciò deve essere supportato da una disponibilità dell’equipe medica a prefiggersi l’obiettivo di comunicare al paziente nel modo più umano possibile, cercando di capire come un ambiente di aperta comunicazione e comprensione reciproca possa facilitare la compliance terapeutica. OBIETTIVI
DI UN PROGETTO DI COMUNICAZIONE MEDICO – PAZIENTE ●
Capire che tipo di equipe si ha a disposizione, intendendo definire la presenza
di medici, assistenti sociali, psicologi, personale istruito. ●
Valutare il bisogno di comunicazione diretta ai pazienti, attraverso indagini e
test direttamente rilevati sul campo; questo si ottiene facendo interviste a
coloro che si trovano nella condizione di necessità. ●
Capire se i medici e l’equipe, che si occupa di questi pazienti, è in grado
di attivarsi in maniera corretta per capire le esigenze non solo mediche ma
anche umane di chi si rivolge a loro. ●
Cercare di pianificare delle attività di intervento che possano essere poi
proposte per migliorare la situazione comunicativa a livello del paziente e
della struttura sanitaria. ●
Preparare delle ipotesi di formazione del personale e un addestramento che si
possa attuare nell’equipe, vedendo che tipo di reazione hanno medici e
paramedici, e questi con i pazienti. ●
Capire come attivare tale piano operativo e notare l’impatto che questo può
avere nella nuova gestione della relazione tra pazienti e operatori. ►
Tutto ciò deve essere quindi centrato sulla comprensione reale del problema;
partendo dalla comprensione delle difficoltà e delle esigenze che i pazienti
hanno nei luoghi di ricovero, si può arrivare a somministrare dei test e delle
interviste per catalogare poi le informazioni ricevute. Di tutti elementi se ne
fa un uso pratico, cercando di mettere in pratica degli obiettivi di
miglioramento della comunicazione fra questi due mondi necessariamente
complementari. La fase di sperimentazione delle ipotesi e la formazione di un
nuovo tipo di approccio al paziente, deve sempre essere seguito da una costante
rilevazione del punto di vista degli utenti, che essendo delle persone
sofferenti, devono sentire, in questa modalità di comunicazione, il tentativo
di risolvere le loro necessità.
Dal punto di vista dell’azienda sanitaria, è importante capire come i
pazienti si sentono emotivamente nella struttura, perché sta nei piccoli
tentativi di agevolare la loro permanenza, che si può trovare la chiave per una
collaborazione attiva da entrambe le parti.
Bisogna ricordarsi che il paziente non è soltanto un caso clinico che ha dei
problemi fisici da risolvere, ma soprattutto una persona unica e diversa da
altre che deve essere trattata tenendo conto di tutto quel patrimonio di
esperienze, affetti, paure e rapporti personali, che lo rendono un essere umano
fatto di sensibilità ed emozioni. UN CASO
PARTICOLARE DI NECESSARIA COMUNICAZIONE
La difficile comunicazione nell’ambito sanitario viene resa ancora più
complicata quando di fronte a noi si ha un paziente che vive un contesto di
malattia che non concede molte vie d’uscita, ma che lo accompagna in una realtà
da cui è impossibile tirarsi fuori, e che lentamente lo conduce alla fine.
Bisogna ricordare la modalità relazionale che il malato terminale adotta nei
confronti dei suoi familiari e verso l’equipe medica e paramendica, perché
questa può influire in modo negativo o positivo sulla sua emotività.
Questo schema mostra come sia fondamentale capire il feedback esistente tra
elementi psicologici fortemente presenti nel “campo psicologico” del
canceroso.
Da quanto emerso in moltissimi studi che evidenziano l’importanza di eventi
stressanti nella insorgenza delle malattie neoplastiche, si può sostenere che i
meccanismi psicologici, contemporanei alla malattia, siano decisamente
fondamentali per la prognosi. Si può capire come sia possibile relazionarsi con
questo campo psicologico ed, agendo su di esso, ottenere dei miglioramenti per
la vita del paziente.
Primo fattore da considerare e rilevare è il personale medico e paramedico.
Quello che riguarda la comunicazione col paziente diventa l’obiettivo di
questa equipe, che dovrà relazionarsi con i malati, spiegando la complessità
della malattia e insegnando ad elaborare un dolore grandissimo. Ma è per il
medico stesso che i problemi nascono trattando questo tipo di pazienti. La sua
professione lo porta cercare il successo della guarigione, non a sottomettersi
ad una volontà maggiore che mette fine alla sua possibilità di cura. Perciò
il medico deve in primo luogo prendere coscienza dei suoi inevitabili limiti, e
solo in quel momento potrà attivare una umana e sentita comunicazione col
paziente.
Come ho già detto sopra, il ruolo del medico è quello di apportare delle
situazione di accettazione della malattia incurabile, dando soprattutto
importanza alla sfera emotiva e sentimentale del malato, l’illness.
Per fare ciò bisogna considerare tutte le esigenze e le necessità che sono
presenti quando si tratta con malati terminali, sottolineando anche il
ruolo della famiglia e il rapporto che esiste all’interno del nucleo stesso. Formazione
psicologica dell’equipe
Il personale
curante deve essere formato per aiutare psicologicamente il paziente. Ciò
significa che la comunicazione a cui si dovrà attenere il personale sarà di
tipo sincero ed empatico, basato sulla totale disponibilità a cooperare per
spiegare al meglio tutto ciò che succede e che si dovrà affrontare.
Siccome anche chi fa parte della struttura è un essere umano, la formazione ad
esso diretta deve avere l’obiettivo di rendere più semplice la comunicazione
tra le parti, tenendo conto che si ha a che fare con malati e con la loro
famiglia, e costantemente si deve riuscire a scaricare la tensione che si
accumula in questi casi. La necessaria elaborazione della situazione a cui sono
sottoposti i membri dell’equipe, và stimolata perché si riesca a sopportare
l’ansia di avere sempre d’avanti il senso di finitudine e incurabilità. Sostegno
alla famiglia
Questo tipo di malattie è una malattia “sistemica”,ovvero prende nel suo
raggio non solo il paziente in quanto malato, ma anche tutta la sua famiglia che
lo accompagna in ogni fase e che deve essere considerata parte fondamentale del
processo di comunicazione. Il malato passa molto del suo tempo in casa, e
l’affetto dei suoi familiari deve essere alleggerito da quell’ansia che
circonda la sua malattia, in modo da essere più positivo e semplice.
La famiglia affronta una situazione complessa, costretta ad una realtà dolorosa
che destabilizza l’intero nucleo.
La comunicazione rivolta alla famiglia del paziente deve perciò:
-
considerare tutte le dinamiche che
ruotano intorno alle varie figure che la compongono.
-
evidenziare eventuali conflitti
intrafamiliari che potrebbero interferire con la positiva degenza
del malato in
casa.
-
Capire che tipo di relazioni
esistono tra le persone che compongono il nucleo, tenendo sotto
controllo i
possibili cambiamenti che sorgono durante l’avanzamento della malattia.
L’equipe che si occupa di ciò, deve controllare come la malattia viene
vissuta, come si può arginare lo stress. La comunicazione nella famiglia del
malato deve essere incentrata a rilevare e stimolare la presenza delle risorse
positive; a contenere lo stress che inevitabilmente la malattia comporta; creare
una comunicazione reale e sincera tra tutti i membri che creano il nucleo
familiare, tra loro e l’equipe e con il malato; ascoltare tutte le reazioni
che vengono a galla nel rapportarsi con una situazione di tale entità; aiutare
ad elaborare il lutto con la famiglia, facendosi carica di tutte le dolorose
conseguenze che una perdita porta con sé. Sostegno
al malato terminale
Tutta la comunicazione che si è fatta tra l’equipe e la famiglia, prende
davvero corpo nella relazione con il malato.
Rendersi conto che la propria vita ha davvero una fine e che i progetti fatti
fino a quel momento non avranno seguito, porta con sé scoraggiamento,
delusione, rabbia, paura e frustrazione. Tutto questo deve essere considerato
nel momento in cui si parla col paziente, momento in cui la comunicazione deve
essere davvero funzionante, certa, corretta.
Da ciò deve partire la relazione che il personale curante avrà con questo
soggetto malato, cercando di appoggiarlo per dargli certezza che non verrà
lasciato solo, che avrà le corrette cure mediche, che la sua famiglia avrà
qualcuno, anche dopo la fine, con cui sostenersi, condividere il dolore. Ma la comunicazione che si deve attivare in questi ambiti deve essere la più vera e sentita possibile, perché il malato che abbiamo di fronte è una persona con un passato, un presente difficile, che non avrà un futuro, ma che porta un bagaglio di sentimenti e pensieri che devono trovare, in questo canale comunicativo con l’equipe, una via di ascolto e soprattutto di presenza attenta e personalmente umana.
Marzia Giua
APPLICATIONS
OF NONVERBAL THEORIES AND
RESEARCH / Robert S. Feldman (ed.). -
COUNSELLING
AND COMMUNICATION SKILLS FOR MEDICAL AND HEALTH PRACTITIONERS / edited by Rowan
Bayne, Paula Nicolson and Ian Horton. -
PERSONALITA’
E ONCOLOGIA, A. Pacciolla, M. Mazzani, Laurus Robuffo, Roma, 2002 PHILLIPS,
E. Lakin
ZANI,
Bruna
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