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Alberto Graziani

Informazione  e  consenso 

Saggi e Studi di Pubblicistica

ROMA 

©(Tutti i diritti riservati)  

 

Sommario:    Evoluzione dell’informazione

                        Gli strumenti di formazione

             Potere e consenso

 

Evoluzione dell’ informazione

 

Per garantire il pluralismo dell’informazione è necessario che ogni forza/parte socialmente rilevante abbia il diritto e la capacità economica per organizzare e gestire i propri strumenti di comunicazione, in modo tale che ad ogni cittadino possa essere consentita la possibilita di accedere all’informazione, in cui meglio si riconosca, ovvero in cui riconosca i propri interessi e la propria cultura.

Perché tutto ciò sia reso possibile, occorre il verificarsi di alcune condizioni:

                   -         che la Carta costituzionale garantisca la libera espressione del pensiero;

                   -         che le singole forze/parti sociali dispongano delle risorse finanziarie necessarie;

                   -         che i cittadini siano consapevoli di esercitare il diritto/dovere all’informazione, come strumento                    di partecipazione attiva allo svolgimento della vita sociale.

Nella realtà dei paesi più industrializzati, da tempo i cittadini avvertono con sempre maggiore disagio che solo le forze/parti sociali che, rispetto ad altre detengono risorse finanziarie ingenti, hanno la concreta possibilità di gestire con efficacia i grandi strumenti di comunicazione, come stampa e televisione.

Si grida allora ai pericoli corsi dal pluralismo dell’informazione e si cerca di ricorrere forzosamente a correttivi  per riequilibrare con provvedimenti legislativi il potere economico delle forze in campo. Ma il problema economico, pur se rilevante, non è il solo a minacciare il pluralismo dell’informazione.

Oggi a fronte di una realtà assai varia, e mai fino ad ora così vasta, di mezzi di comunicazione, che sicuramente rappresenta una pluralità di voci, fa riscontro altrettanta confusione, sovraesposizione alle informazioni e distorsione delle stesse opinioni.

I confini tra informazione e spettacolo sono saltati da un pezzo e i promotori non sono più distinguibili da parte del lettore o del telespettatore; è sempre più difficile conoscere coloro che sono dietro, coloro che dispongono effettivamente del media.

Nel comune sentire è ancora ampiamente radicata l’opinione che quanto venga letto, ascoltato e visto sui grandi strumenti di comunicazione sia la “realtà”, o quantomeno un resoconto ad essa assai vicino e che basti leggere un quotidiano e ascoltare un telegiornale per essere adeguatamente al corrente degli eventi politici, economici e culturali e poter disporre così di sufficienti elementi di valutazione per orientare le proprie scelte ed i propri comportamenti. Ma alla gran parte della gente sfugge la consapevolezza di essere coinvolta in un rutilante processo di spettacolarizzazione di ogni aspetto del vivere comune, che esalta l’emotività, ma, soprattutto, è incline a rimuoverne gli aspetti negativi, per offrire soluzioni rassicuranti che continuino a garantire il benessere raggiunto. Spettacolarizzazione, che diverte e distrae, ma che allontana e banalizza i significati veri, a favore del mondo dei consumi.

Le stesse famiglia e scuola, luogo di formazione dei valori e dei punti di riferimento delle coscienze, sono attraversate dalle sole tensioni alimentate dalle aspettative di facile successo personale e di ancor più facile benessere materiale. Che dire poi del perduto carisma delle istituzioni, dei partiti, delle grandi aziende, dei sindacati, dissoltosi nel fluttuare del verticismo, della burocrazia, degli scandali, degli interessi inconfessabili.

Non rimane in definitiva che la difesa del proprio particolare e l’aggrapparsi a quelle idee del momento che siano sull’onda della emotività più convincenti per il benessere da difendere. Non rimane che aderire ad opinioni che attraverso gli strumenti di comunicazione vengono incessantemente proposte, ora su questo ora su quel problema, con formule avvolgenti, pressanti e spettacolari, ma talora anche sottilmente persuasive, dissimulate e occulte.

Diminuisce così la qualità della formazione e della cultura individuale, della capacità critica, ed aumenta l’esposizione ai meccanismi di cattura del consenso ed al consumo di dosi sempre maggiori d’informazione e di spettacolo.

Così assistiamo  alla “ politica spettacolo”, quando vittoria e sconfitta per i partiti politici corrono sul filo della conquista o della perdita di un effimero consenso legato a fatti contingenti, ma di buona presa emotivo-spettacolare a ridosso del  momento del voto.

Ma il consenso verso un partito o verso una linea politica non dovrebbe essere frutto di un convincimento profondo, di un riferimento a valori consolidati, che affondano le loro radici nella ideologia, nella morale, nella cultura storica, nelle tradizioni e nella famiglia ?

Sta di fatto che il consenso può essere indotto  da situazione ed opinioni contingenti del momento politico, come nel caso del cosiddetto voto di protesta, quando a dispetto dei valori politici consolidati, viene dato il voto al partito avversario per manifestare dissenso contro l’operato della propria parte politica.

In definitiva, l’analisi dei risultati elettorali dimostra che l’andamento è quasi sempre direttamente proporzionale alla consistenza di ciascun partito, ma che la vittoria o la sconfitta è invece legata alla conquista o alla perdita di una percentuale di voti, in alcuni casi minima, che però, incidendo sul numero della rappresentanza parlamentare, può risultare determinante per gli assetti politici configurabili e la vittoria elettorale.

Questa situazione molto comune a quasi tutte le democrazie occidentali moderne, ha messo in evidenza l’importanza di saper conquistare, anche all’ultimo minuto e con qualsiasi mezzo, il consenso di quelle aree fluttuanti di elettori decisive per la vittoria.

Inoltre, negli ultimi tempi in Italia, ma da molto in altri paesi, ha preso consistenza il fenomeno della cosiddetta “disaffezione al voto”. Anche in questo caso, sebbene per motivazioni diverse, si tratta di percentuali di voti che possono influire in maniera determinante sui risultati elettorali. Pertanto, voto di protesta, astensione dal voto, voto dell’ultimo minuto per opportunismo, sono tutti comportamenti elettorali ispirati da opinioni contingenti, precarie, a volte solo dettate dall’emotività e non certo da ragionamenti e convincimenti approfonditi. Da questa sintetica analisi, scaturisce in tutta evidenza il ruolo strategico assunto dagli strumenti di comunicazione, che sono i principali e più efficaci mezzi per aggregare consenso intorno ad opinioni politiche, per ingenerare stati di forte tensione emotiva su i più svariati accadimenti e per polarizzare l’attenzione sulle possibili scelte da attuare.

Nel passato, o meglio sino alla nascita dei regimi totalitari europei del secolo scorso, l’aggregazione politica di massa era sconosciuta e i convincimenti e le idee politiche erano considerati un fatto individuale, frutto di processi di adesione e persuasione lenti e costanti che sedimentavano nella cultura familiare e del gruppo sociale di appartenenza, nelle frequentazioni personali, negli studi, nelle situazioni di lavoro, nell’associazionismo.

Fu solo dopo il primo conflitto mondiale, che si aprì il periodo della stampa periodica, della radio e del cinema con tutto il loro potenziale di diffusione delle opinioni per accreditare una scelta, una ideologia e l’instaurazione di un regime politico, culminato, dopo il secondo conflitto mondiale, con il diffondersi della televisione,  con cui il processo di aggregazione delle opinioni ha trovato un ulteriore efficacissimo strumento.  

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Gli strumenti di formazione

 

L’organizzazione del consenso con i metodi tradizionali non paga più e, nessuno, oggi in Italia e negli altri paesi dell’occidente ha nostalgia o desiderio di grandi appartenenze organizzative, anzi la tendenza sembra essere quella di una  personalizzazione delle scelte e delle decisioni.

Già negli anni ottanta, Giuseppe De Rita, nel suo articolo sul Corriere della Sera “ Nuovo impegno: come organizzare il consenso “, del 12 agosto 1980, scriveva che “……una società di massa non dà consenso attraverso le organizzazioni di massa (il grande partito, il grande sindacato, i grandi apparati di clientela e di collateralismo), ma attraverso la semplificazione dei messaggi o degli affidamenti fra la politica e l’opinione pubblica.

Indubbiamente il fenomeno delle astensioni e delle schede bianche, il successo delle iniziative referendarie, unitamente alle divergenze spesso laceranti in seno ai partiti ed ai sindacati hanno dimostrato una progressiva divaricazione tra gli schemi politici e tattici perseguiti dalle grandi organizzazioni e la risposta della cosiddetta base.

Il fenomeno è certamente la risultante di più fattori e va analizzato sotto l’aspetto della dinamica sociale, ma soprattutto sotto l’aspetto dei nuovi processi di formazione e polarizzazione delle opinioni. Le grandi organizzazioni debbono oggi gestire il consenso non solo sulla base di ideologie comuni e aggreganti, ma bensì sulla base di formule che meglio rappresentino gli interessi e le aspettative del momento, quanto mai complessi e vasti, dei propri potenziali aderenti. Ecco quindi il ricorso a formule, a slogan, che riassumano e sintetizzino in maniera persuasiva un obiettivo o un comportamento, che come una parola d’ordine vengano assunti come punto di riferimento da una grande quantità di elettori, di lavoratori, di utenti. 

Tali messaggi vengono di norma affidati dalle grandi organizzazioni promotrici ai grandi strumenti dell’informazione dell’attualità: stampa, radio e televisione, di cui si rafforza sempre più la posizione di strumenti di costruzione e mantenimento del potere, ma anche quella di strumenti protagonisti e quasi esclusivi di ogni processo di polarizzazione delle opinioni, lasciando in ombra gli altri sistemi propagandistici usati tradizionalmente dai partiti politici. Decade infatti il proselitismo politico, attraverso il contatto umano diretto, decade la discussione e l’approfondimento dei problemi, nelle riunioni e nelle assemblee, ma soprattutto l’appartenenza ad un partito, ad un sindacato non significa più automaticamente percezione dell’appartenenza ad uno stesso mondo del lavoro, ad una situazione territoriale, ad una classe sociale.

Trattandosi di fenomeni che presuppongono processi di informazione e persuasione, occorre analizzare le tecniche ed i mezzi di comunicazione impiegati.

Per quanto riguarda il consenso basato su valori e convincimenti profondi, gli strumenti sono quelli classici utilizzati dalla cultura familiare, dalla scuola, dal gruppo sociale di appartenenza e, nel caso della propaganda ideologica, dal contesto sociale, dalla situazione di lavoro, dalla tradizione territoriale, che trovano nei rapporti interpersonali, nell’associazionismo, nella lettura di libri, nel teatro, nel cinema, gli strumenti più idonei per radicare approfonditi convincimenti.

Nell’ipotesi invece di un convincimento più superficiale e contingente, il consenso è legato a formule di opinione che vengono diffuse per le caratteristiche di novità e tempestività dagli strumenti di comunicazione, cosiddetti di massa, quali la stampa quotidiana e periodica, la radio, la televisione e, non ultima, l’informazione online.

Con questi strumenti si possono raggiungere milioni di persone e polarizzare l’opinione degli indecisi, degli scontenti, dei “non so”, dei  “non sa rispondere”, degli opportunisti, dei non votanti, che possono essere convinti ad un voto o ad un comportamento solo per l’impatto emotivo/accattivante e spettacolare di una opinione, proposta in maniera martellante e con assoluta facilità di comprensione.

Si tratta di una nuova tecnica di propaganda politica, molto vicina alla pubblicità commerciale, certamente non diretta a costruire una coscienza politica, ma efficace per ottenere un consenso, magari temporaneo, ma sufficiente per assicurarsi un risultato elettorale positivo.

Da qui nasce la fondamentale importanza per le forze politiche di poter disporre in larga misura degli strumenti di comunicazione più idonei.

Si potrebbe obiettare, che si tratta pur sempre di vincere solo singole battaglie, di ottenere consenso non in profondità, solo in superficie, su aspetti più spettacolari che ragionati, ma le conseguenze non sono di poco conto, se il primo risultato è l’aumento della disaffezione al voto di coloro che rappresentano la parte culturalmente e politicamente più matura, disamorata dal decadimento del confronto politico, dalla “politica spettacolo”.

Il possesso degli strumenti di comunicazione è quindi basilare ed è per questo che sempre più nelle democrazie moderne viene invocata una regolamentazione della proprietà di tali strumenti per evitare una loro concentrazione nelle mani di pochi o dei poteri più forti. Tentativi di scarso successo, che in alcuni casi hanno contribuito al consolidamento delle situazioni che si voleva fossero modificate..

Non si può infatti non tener conto della prima peculiarità degli strumenti di comunicazione, che è proprio quella di essere “strumenti” o “mezzi” o “media”, rispetto all’esercizio di poteri, che promanano dal mondo politico, da quello economico-finanziario, da quello sindacale, da quello di classe e così via. E tale loro “essere strumenti”, si ricollega direttamente alle risorse umane ed economiche che ciascun potere sarà in grado di mettere in campo.

Pertanto, come l’andamento dell’economia non può essere modificato da interventi normativi esterni alle leggi dell’economia stessa, così norme e regolamenti sulla proprietà ed i monopoli nel sistema dei mezzi di comunicazione non potranno concretamente influire sull’andamento delle risorse economico-finanziarie, che saranno  impegnate per  l’informazione e la comunicazione, ed ogni strumento di comunicazione avrà il proprio editore o proprietario di riferimento. Anche nel caso di editori o radio o televisioni commerciali, il cui budget è assicurato dagli introiti della pubblicità, dovrà considerarsi come editore di riferimento il “sistema Pubblicità” ed i gruppi finanziari che lo gestiscono.

Nel caso delle radio e delle televisioni “ pubbliche”, la proprietà in mani pubbliche dovrebbe garantire che nessuno possa appropriarsi in maniera esclusiva dello strumento di comunicazione, ma, se questo è vero, altro discorso è l’utilizzo in concreto del mezzo, che per le caratteristiche proprie di ogni strumento dell’informazione si presta ad ogni tipo di manipolazione ed uso improprio al fine di favorire un potere piuttosto che un altro.

Non si può infatti non tener conte del peso socio-politico delle varie forze, del loro peso politico, e pertanto si verifica una sorta di spartizione proporzionale, che rispecchia la composizione del parlamento e a grandi linee la composizione delle forze in campo. Ma con quali risultati? I poteri forti utilizzano per quantità e qualità gli spazi migliori,

massimizzando l’uso del finanziamento pubblico  sul piano della presenza e dell’efficacia, mentre alle aree più deboli sono destinati gli spazi meno concorrenziali sul piano della visibilità e della risonanza ed anche di minor valore economico.

 Su

 

Potere e consenso  

I fenomeni sociali dell’informazione e della comunicazione basano la loro forza di aggregazione sulle opinioni che esprimono, e più queste opinioni sono espressione di fattori di conformità diffusi tra i recettori, più otterranno adesione e contribuiranno a polarizzare consenso nella direzione voluta. Informare, esprimere un’opinione e poi diffonderla attraverso gli strumenti della comunicazione, costituisce un atto di grande rilevanza sociale, che possiede una “forza” di persuasione proporzionale alla predisposizione emotiva, alla capillarità della diffusione, alla comprensibilità ed alla tempestività della comunicazione. La predisposizione emotiva deriva dal contesto degli avvenimenti, dalle situazioni concrete, dagli atteggiamenti culturali ed è inerente allo specifico scenario, come quello politico, economico, sportivo, sindacale, sanitario e così via. Nel caso, ad esempio, dei flussi migratori clandestini verso le coste dell’Italia meridionale, si possono formulare opinioni favorevoli all’accoglienza, all’aiuto o, altrimenti opinioni di rifiuto, di chiusura. Le prime faranno leva su sentimenti di alto valore umanitario e civile, le seconde evocheranno i pericoli per l’ordine pubblico, per la sanità e per le questioni sociali che ne deriveranno. Quale opinione prevarrà intorno a questi problemi? Indubbiamente se i promotori dell’informazione saranno schierati in maniera compatta su una delle due ipotesi prospettate, ne conseguirà un allineamento altrettanto compatto delle opinioni individuali dei recettori. Qualora, come terza ipotesi, lo schieramento delle opinioni non fosse così compatto e fossero con intensità diffuse opinioni, non solo contrapposte, ma che ponessero in luce altre articolazioni della questione, la maggioranza delle opinioni non verrebbe polarizzata in una unica direzione, ma si formerebbe nel suo insieme un contesto di valutazioni più maturo e approfondito e, sicuramente, meno legato alla emotività. In quest’ultima circostanza si potrà parlare di pluralismo delle opinioni, come effetto conseguente al pluralismo dei mezzi di informazione e di comunicazione e del loro impiego da parte di una pluralità di soggetti promotori. Occorre, infatti, in primo luogo, che esista una molteplicità di soggetti promotori e di opinioni, cui corrisponda una pluralità di mezzi di comunicazione, impiegata con pari efficacia, capillarità e tempestività. Nel caso di un disequilibrio nell’utilizzo dei mezzi, determinato dalle diverse risorse finanziarie disponibili, i detentori di risorse maggiori si troverebbero in vantaggio e potrebbero veicolare le loro opinioni con un’ampiezza tale da oscurare o relegare in ambiti ristretti le opinioni diverse e contrarie. Non si svilupperà un confronto paritario tra più gruppi, ma un effetto di polarizzazione verso le proposte comunicate con più forza, con più ripetitività, senza possibilità di confronto, in un contesto che le pone come uniche opinioni possibili. Ogni parte e forza sociale ha tra i suoi fini quello di aggregare favorevole consenso per sostenere il conseguimento dei propri obiettivi e, pertanto, il “sogno” sarebbe quello di poter controllare e neutralizzare qualsiasi opinione che si contrapponesse a quegli obiettivi. Questo “sogno” non è illegittimo, ma è inquadrato nel contesto del riconoscimento della libertà di espressione del pensiero, che è un diritto di tutti non solo per manifestare le proprie opinioni, ma anche per essere informati su tutte le altre opinioni. Tale libertà come si realizza, nel suo concreto esercizio, se gli strumenti di comunicazione, i cosiddetti mass media, sono espressione di mega strutture organizzative legate ad investimenti enormi?

Come possono le opinioni espresse da realtà economicamente più deboli o di piccole dimensioni, trovare lo spazio sufficiente per essere diffuse ed entrare così nel gioco dei fenomeni di polarizzazione.

Allo stato delle cose, nei paesi industrializzati la risposta scaturisce dalla stessa definizione di “paesi industrializzati”. E’ il potere industriale ed i poteri ad esso connessi a determinare la gran parte del controllo sui mezzi di comunicazione.Ma debbono essere meglio chiariti anche i concetti di potere e di controllo. Se “potere” sta a significare la capacità di autonomia economica-finanziaria, la capacità di scelte autonome nella propria gestione è pur vero che tali autonomie si debbano confrontare con una realtà sociale assai variegata e complessa, da cui discende la necessità di controllo di alcuni fattori (politica, lavoro, cultura, ecc.) che sono indispensabili per il funzionamento dell’economia industriale nel suo complesso. Tale controllo può esercitarsi in molti modi, ma uno dei modi essenziali è quello di creare e mantenere “consenso” intorno agli aspetti di base del sistema, che riguardano le condizioni di vita, l’ordine pubblico, la salute e così via. Questo compito viene svolto dall’informazione, il cui obiettivo è proprio quello di mettere al corrente, di coinvolgere, di indicare possibili soluzioni, nel quadro del sistema sociale di riferimento. Un’opera di informazione e di formazione del consenso, cui gli strumenti di comunicazione sono preposti in quanto tali.E’ mera utopia pensare poi che i mezzi di comunicazione possano rappresentare un potere a se stante, autonomo e, quando ancora, in antitesi con i poteri riconosciuti dal sistema. La strumentalità dei mezzi di comunicazione è di tutta evidenza ogni qual volta un “potere”, forte o debole che sia, decida di non servirsene più per difficoltà economiche e per cambiamenti di rotta politica. In questa circostanza, lo strumento di comunicazione, giornale, radio o televisione che sia, verrà privato non solo del sostegno economico, ma rimarrà privo di obiettivi e di una politica editoriale coerente con il proprio pubblico.

Esiste inoltre un fenomeno di alta interazione dei vari poteri nella organizzazione e gestione dei mezzi di comunicazione. Sotto il profilo del reperimento delle risorse finanziarie si sviluppa un complesso intreccio di interessi tra mondo economico-finanziario, industriale, politico, ecc., che rende quasi impossibile al lettore, ascoltatore e telespettatore che sia, riconoscere la provenienza delle informazioni ed un riferimento puntuale ai gruppi di potere che le hanno promosse.

Tale mancanza di trasparenza, giova ai poteri più consolidati e comunque giova al mantenimento del consenso complessivo verso il sistema sociale ed istituzionale.

Ma il sistema è ad “equilibrio dinamico”, per il mutare continuo dei parametri di riferimento sul piano interno e su quello internazionale, ed i mezzi  di comunicazione rappresentano gli strumenti vitali per il costante adeguamento delle opinioni allo scorrere degli eventi e per fronteggiare i pericoli di sbilanciamento del sistema. Non si tratta comunque di pura alchimia, perché le varianti in gioco in un sistema sociale complesso sono molteplici e spesso imprevedibili, come quando le opinioni vengano convogliate oltre misura verso obiettivi irrilevanti o al contrario vengano obliate situazioni di grande rilevanza. Non si discute tuttavia sulla importanza che riveste il possesso di mezzi di comunicazione per ciascun gruppo di potere, quale condizione necessaria per la loro stessa esistenza esistenza.

Il pluralismo dell’informazione, pertanto, una volta che sia costituzionalmente garantito, è auspicabile che sia di fatto attuato nella misura più larga possibile, per consentire il confronto delle opinioni alla base di ogni dialettica di sviluppo, ma nel contempo con la consapevolezza che nessuna legge potrà garantire un pluralismo “forzoso”, dato che i fenomeni della comunicazione sono il diretto riflesso del confronto tra poteri, con il prevalere dell’uno sull’altro e con il prevalere delle opinioni  di chi vincerà. (Alberto Graziani)

 

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