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Alberto Graziani Informazione e consenso Saggi e
Studi di
Pubblicistica
ROMA
©(Tutti
i diritti riservati) Sommario:
Evoluzione
dell’informazione Evoluzione dell’ informazione Per
garantire
il
pluralismo
dell’informazione
è
necessario
che
ogni
forza/parte
socialmente
rilevante
abbia
il
diritto
e
la
capacità
economica
per
organizzare
e
gestire
i
propri
strumenti
di
comunicazione,
in
modo
tale
che
ad
ogni
cittadino
possa
essere
consentita
la
possibilita
di
accedere
all’informazione,
in
cui
meglio
si
riconosca,
ovvero
in
cui
riconosca
i
propri
interessi
e
la
propria
cultura.
Perché
tutto
ciò
sia
reso
possibile,
occorre
il
verificarsi
di
alcune
condizioni:
-
che
la
Carta
costituzionale
garantisca
la
libera
espressione
del
pensiero;
-
che
le
singole
forze/parti
sociali
dispongano
delle
risorse
finanziarie
necessarie;
-
che
i
cittadini
siano
consapevoli
di
esercitare
il
diritto/dovere
all’informazione,
come
strumento
di
partecipazione
attiva
allo
svolgimento
della
vita
sociale.
Nella
realtà
dei
paesi
più
industrializzati,
da
tempo
i
cittadini
avvertono
con
sempre
maggiore
disagio
che
solo
le
forze/parti
sociali
che,
rispetto
ad
altre
detengono
risorse
finanziarie
ingenti,
hanno
la
concreta
possibilità
di
gestire
con
efficacia
i
grandi
strumenti
di
comunicazione,
come
stampa
e
televisione. Si
grida
allora
ai
pericoli
corsi
dal
pluralismo
dell’informazione
e
si
cerca
di
ricorrere
forzosamente
a
correttivi
per
riequilibrare
con
provvedimenti
legislativi
il
potere
economico
delle
forze
in
campo.
Ma
il
problema
economico,
pur
se
rilevante,
non
è
il
solo
a
minacciare
il
pluralismo
dell’informazione.
Oggi
a
fronte
di
una
realtà
assai
varia,
e
mai
fino
ad
ora
così
vasta,
di
mezzi
di
comunicazione,
che
sicuramente
rappresenta
una
pluralità
di
voci,
fa
riscontro
altrettanta
confusione,
sovraesposizione
alle
informazioni
e
distorsione
delle
stesse
opinioni.
I
confini
tra
informazione
e
spettacolo
sono
saltati
da
un
pezzo
e
i
promotori
non
sono
più
distinguibili
da
parte
del
lettore
o
del
telespettatore;
è
sempre
più
difficile
conoscere
coloro
che
sono
dietro,
coloro
che
dispongono
effettivamente
del
media. Nel
comune
sentire
è
ancora
ampiamente
radicata
l’opinione
che
quanto
venga
letto,
ascoltato
e
visto
sui
grandi
strumenti
di
comunicazione
sia
la
“realtà”,
o
quantomeno
un
resoconto
ad
essa
assai
vicino
e
che
basti
leggere
un
quotidiano
e
ascoltare
un
telegiornale
per
essere
adeguatamente
al
corrente
degli
eventi
politici,
economici
e
culturali
e
poter
disporre
così
di
sufficienti
elementi
di
valutazione
per
orientare
le
proprie
scelte
ed
i
propri
comportamenti.
Ma
alla
gran
parte
della
gente
sfugge
la
consapevolezza
di
essere
coinvolta
in
un
rutilante
processo
di
spettacolarizzazione
di
ogni
aspetto
del
vivere
comune,
che
esalta
l’emotività,
ma,
soprattutto,
è
incline
a
rimuoverne
gli
aspetti
negativi,
per
offrire
soluzioni
rassicuranti
che
continuino
a
garantire
il
benessere
raggiunto.
Spettacolarizzazione,
che
diverte
e
distrae,
ma
che
allontana
e
banalizza
i
significati
veri,
a
favore
del
mondo
dei
consumi. Le
stesse
famiglia
e
scuola,
luogo
di
formazione
dei
valori
e
dei
punti
di
riferimento
delle
coscienze,
sono
attraversate
dalle
sole
tensioni
alimentate
dalle
aspettative
di
facile
successo
personale
e
di
ancor
più
facile
benessere
materiale.
Che
dire
poi
del
perduto
carisma
delle
istituzioni,
dei
partiti,
delle
grandi
aziende,
dei
sindacati,
dissoltosi
nel
fluttuare
del
verticismo,
della
burocrazia,
degli
scandali,
degli
interessi
inconfessabili. Non
rimane
in
definitiva
che
la
difesa
del
proprio
particolare
e
l’aggrapparsi
a
quelle
idee
del
momento
che
siano
sull’onda
della
emotività
più
convincenti
per
il
benessere
da
difendere.
Non
rimane
che
aderire
ad
opinioni
che
attraverso
gli
strumenti
di
comunicazione
vengono
incessantemente
proposte,
ora
su
questo
ora
su
quel
problema,
con
formule
avvolgenti,
pressanti
e
spettacolari,
ma
talora
anche
sottilmente
persuasive,
dissimulate
e
occulte. Diminuisce
così
la
qualità
della
formazione
e
della
cultura
individuale,
della
capacità
critica,
ed
aumenta
l’esposizione
ai
meccanismi
di
cattura
del
consenso
ed
al
consumo
di
dosi
sempre
maggiori
d’informazione
e
di
spettacolo. Così
assistiamo
alla
“
politica
spettacolo”,
quando
vittoria
e
sconfitta
per
i
partiti
politici
corrono
sul
filo
della
conquista
o
della
perdita
di
un
effimero
consenso
legato
a
fatti
contingenti,
ma
di
buona
presa
emotivo-spettacolare
a
ridosso
del
momento
del
voto. Ma
il
consenso
verso
un
partito
o
verso
una
linea
politica
non
dovrebbe
essere
frutto
di
un
convincimento
profondo,
di
un
riferimento
a
valori
consolidati,
che
affondano
le
loro
radici
nella
ideologia,
nella
morale,
nella
cultura
storica,
nelle
tradizioni
e
nella
famiglia
? Sta
di
fatto
che
il
consenso
può
essere
indotto
da
situazione
ed
opinioni
contingenti
del
momento
politico,
come
nel
caso
del
cosiddetto
voto
di
protesta,
quando
a
dispetto
dei
valori
politici
consolidati,
viene
dato
il
voto
al
partito
avversario
per
manifestare
dissenso
contro
l’operato
della
propria
parte
politica. In
definitiva,
l’analisi
dei
risultati
elettorali
dimostra
che
l’andamento
è
quasi
sempre
direttamente
proporzionale
alla
consistenza
di
ciascun
partito,
ma
che
la
vittoria
o
la
sconfitta
è
invece
legata
alla
conquista
o
alla
perdita
di
una
percentuale
di
voti,
in
alcuni
casi
minima,
che
però,
incidendo
sul
numero
della
rappresentanza
parlamentare,
può
risultare
determinante
per
gli
assetti
politici
configurabili
e
la
vittoria
elettorale. Questa
situazione
molto
comune
a
quasi
tutte
le
democrazie
occidentali
moderne,
ha
messo
in
evidenza
l’importanza
di
saper
conquistare,
anche
all’ultimo
minuto
e
con
qualsiasi
mezzo,
il
consenso
di
quelle
aree
fluttuanti
di
elettori
decisive
per
la
vittoria. Inoltre,
negli
ultimi
tempi
in
Italia,
ma
da
molto
in
altri
paesi,
ha
preso
consistenza
il
fenomeno
della
cosiddetta
“disaffezione
al
voto”.
Anche
in
questo
caso,
sebbene
per
motivazioni
diverse,
si
tratta
di
percentuali
di
voti
che
possono
influire
in
maniera
determinante
sui
risultati
elettorali.
Pertanto,
voto
di
protesta,
astensione
dal
voto,
voto
dell’ultimo
minuto
per
opportunismo,
sono
tutti
comportamenti
elettorali
ispirati
da
opinioni
contingenti,
precarie,
a
volte
solo
dettate
dall’emotività
e
non
certo
da
ragionamenti
e
convincimenti
approfonditi.
Da
questa
sintetica
analisi,
scaturisce
in
tutta
evidenza
il
ruolo
strategico
assunto
dagli
strumenti
di
comunicazione,
che
sono
i
principali
e
più
efficaci
mezzi
per
aggregare
consenso
intorno
ad
opinioni
politiche,
per
ingenerare
stati
di
forte
tensione
emotiva
su
i
più
svariati
accadimenti
e
per
polarizzare
l’attenzione
sulle
possibili
scelte
da
attuare. Nel
passato,
o
meglio
sino
alla
nascita
dei
regimi
totalitari
europei
del
secolo
scorso,
l’aggregazione
politica
di
massa
era
sconosciuta
e
i
convincimenti
e
le
idee
politiche
erano
considerati
un
fatto
individuale,
frutto
di
processi
di
adesione
e
persuasione
lenti
e
costanti
che
sedimentavano
nella
cultura
familiare
e
del
gruppo
sociale
di
appartenenza,
nelle
frequentazioni
personali,
negli
studi,
nelle
situazioni
di
lavoro,
nell’associazionismo. Fu
solo
dopo
il
primo
conflitto
mondiale,
che
si
aprì
il
periodo
della
stampa
periodica,
della
radio
e
del
cinema
con
tutto
il
loro
potenziale
di
diffusione
delle
opinioni
per
accreditare
una
scelta,
una
ideologia
e
l’instaurazione
di
un
regime
politico,
culminato,
dopo
il
secondo
conflitto
mondiale,
con
il
diffondersi
della
televisione,
con
cui
il
processo
di
aggregazione
delle
opinioni
ha
trovato
un
ulteriore
efficacissimo
strumento.
Gli strumenti di formazione L’organizzazione
del
consenso
con
i
metodi
tradizionali
non
paga
più
e,
nessuno,
oggi
in
Italia
e
negli
altri
paesi
dell’occidente
ha
nostalgia
o
desiderio
di
grandi
appartenenze
organizzative,
anzi
la
tendenza
sembra
essere
quella
di
una
personalizzazione
delle
scelte
e
delle
decisioni.
Già
negli
anni
ottanta,
Giuseppe
De
Rita,
nel
suo
articolo
sul
Corriere
della
Sera
“
Nuovo
impegno:
come
organizzare
il
consenso
“,
del
12
agosto
1980,
scriveva
che
“……una
società
di
massa
non
dà
consenso
attraverso
le
organizzazioni
di
massa
(il
grande
partito,
il
grande
sindacato,
i
grandi
apparati
di
clientela
e
di
collateralismo),
ma
attraverso
la
semplificazione
dei
messaggi
o
degli
affidamenti
fra
la
politica
e
l’opinione
pubblica. Indubbiamente
il
fenomeno
delle
astensioni
e
delle
schede
bianche,
il
successo
delle
iniziative
referendarie,
unitamente
alle
divergenze
spesso
laceranti
in
seno
ai
partiti
ed
ai
sindacati
hanno
dimostrato
una
progressiva
divaricazione
tra
gli
schemi
politici
e
tattici
perseguiti
dalle
grandi
organizzazioni
e
la
risposta
della
cosiddetta
base. Il
fenomeno
è
certamente
la
risultante
di
più
fattori
e
va
analizzato
sotto
l’aspetto
della
dinamica
sociale,
ma
soprattutto
sotto
l’aspetto
dei
nuovi
processi
di
formazione
e
polarizzazione
delle
opinioni.
Le
grandi
organizzazioni
debbono
oggi
gestire
il
consenso
non
solo
sulla
base
di
ideologie
comuni
e
aggreganti,
ma
bensì
sulla
base
di
formule
che
meglio
rappresentino
gli
interessi
e
le
aspettative
del
momento,
quanto
mai
complessi
e
vasti,
dei
propri
potenziali
aderenti.
Ecco
quindi
il
ricorso
a
formule,
a
slogan,
che
riassumano
e
sintetizzino
in
maniera
persuasiva
un
obiettivo
o
un
comportamento,
che
come
una
parola
d’ordine
vengano
assunti
come
punto
di
riferimento
da
una
grande
quantità
di
elettori,
di
lavoratori,
di
utenti.
Tali
messaggi
vengono
di
norma
affidati
dalle
grandi
organizzazioni
promotrici
ai
grandi
strumenti
dell’informazione
dell’attualità:
stampa,
radio
e
televisione,
di
cui
si
rafforza
sempre
più
la
posizione
di
strumenti
di
costruzione
e
mantenimento
del
potere,
ma
anche
quella
di
strumenti
protagonisti
e
quasi
esclusivi
di
ogni
processo
di
polarizzazione
delle
opinioni,
lasciando
in
ombra
gli
altri
sistemi
propagandistici
usati
tradizionalmente
dai
partiti
politici.
Decade
infatti
il
proselitismo
politico,
attraverso
il
contatto
umano
diretto,
decade
la
discussione
e
l’approfondimento
dei
problemi,
nelle
riunioni
e
nelle
assemblee,
ma
soprattutto
l’appartenenza
ad
un
partito,
ad
un
sindacato
non
significa
più
automaticamente
percezione
dell’appartenenza
ad
uno
stesso
mondo
del
lavoro,
ad
una
situazione
territoriale,
ad
una
classe
sociale. Trattandosi
di
fenomeni
che
presuppongono
processi
di
informazione
e
persuasione,
occorre
analizzare
le
tecniche
ed
i
mezzi
di
comunicazione
impiegati. Per
quanto
riguarda
il
consenso
basato
su
valori
e
convincimenti
profondi,
gli
strumenti
sono
quelli
classici
utilizzati
dalla
cultura
familiare,
dalla
scuola,
dal
gruppo
sociale
di
appartenenza
e,
nel
caso
della
propaganda
ideologica,
dal
contesto
sociale,
dalla
situazione
di
lavoro,
dalla
tradizione
territoriale,
che
trovano
nei
rapporti
interpersonali,
nell’associazionismo,
nella
lettura
di
libri,
nel
teatro,
nel
cinema,
gli
strumenti
più
idonei
per
radicare
approfonditi
convincimenti.
Nell’ipotesi
invece
di
un
convincimento
più
superficiale
e
contingente,
il
consenso
è
legato
a
formule
di
opinione
che
vengono
diffuse
per
le
caratteristiche
di
novità
e
tempestività
dagli
strumenti
di
comunicazione,
cosiddetti
di
massa,
quali
la
stampa
quotidiana
e
periodica,
la
radio,
la
televisione
e,
non
ultima,
l’informazione
online. Con
questi
strumenti
si
possono
raggiungere
milioni
di
persone
e
polarizzare
l’opinione
degli
indecisi,
degli
scontenti,
dei
“non
so”,
dei
“non
sa
rispondere”,
degli
opportunisti,
dei
non
votanti,
che
possono
essere
convinti
ad
un
voto
o
ad
un
comportamento
solo
per
l’impatto
emotivo/accattivante
e
spettacolare
di
una
opinione,
proposta
in
maniera
martellante
e
con
assoluta
facilità
di
comprensione. Si
tratta
di
una
nuova
tecnica
di
propaganda
politica,
molto
vicina
alla
pubblicità
commerciale,
certamente
non
diretta
a
costruire
una
coscienza
politica,
ma
efficace
per
ottenere
un
consenso,
magari
temporaneo,
ma
sufficiente
per
assicurarsi
un
risultato
elettorale
positivo.
Da
qui
nasce
la
fondamentale
importanza
per
le
forze
politiche
di
poter
disporre
in
larga
misura
degli
strumenti
di
comunicazione
più
idonei.
Si
potrebbe
obiettare,
che
si
tratta
pur
sempre
di
vincere
solo
singole
battaglie,
di
ottenere
consenso
non
in
profondità,
solo
in
superficie,
su
aspetti
più
spettacolari
che
ragionati,
ma
le
conseguenze
non
sono
di
poco
conto,
se
il
primo
risultato
è
l’aumento
della
disaffezione
al
voto
di
coloro
che
rappresentano
la
parte
culturalmente
e
politicamente
più
matura,
disamorata
dal
decadimento
del
confronto
politico,
dalla
“politica
spettacolo”. Il
possesso
degli
strumenti
di
comunicazione
è
quindi
basilare
ed
è
per
questo
che
sempre
più
nelle
democrazie
moderne
viene
invocata
una
regolamentazione
della
proprietà
di
tali
strumenti
per
evitare
una
loro
concentrazione
nelle
mani
di
pochi
o
dei
poteri
più
forti.
Tentativi
di
scarso
successo,
che
in
alcuni
casi
hanno
contribuito
al
consolidamento
delle
situazioni
che
si
voleva
fossero
modificate.. Non
si
può
infatti
non
tener
conto
della
prima
peculiarità
degli
strumenti
di
comunicazione,
che
è
proprio
quella
di
essere
“strumenti”
o
“mezzi”
o
“media”,
rispetto
all’esercizio
di
poteri,
che
promanano
dal
mondo
politico,
da
quello
economico-finanziario,
da
quello
sindacale,
da
quello
di
classe
e
così
via.
E
tale
loro
“essere
strumenti”,
si
ricollega
direttamente
alle
risorse
umane
ed
economiche
che
ciascun
potere
sarà
in
grado
di
mettere
in
campo. Pertanto,
come
l’andamento
dell’economia
non
può
essere
modificato
da
interventi
normativi
esterni
alle
leggi
dell’economia
stessa,
così
norme
e
regolamenti
sulla
proprietà
ed
i
monopoli
nel
sistema
dei
mezzi
di
comunicazione
non
potranno
concretamente
influire
sull’andamento
delle
risorse
economico-finanziarie,
che
saranno
impegnate
per
l’informazione
e
la
comunicazione,
ed
ogni
strumento
di
comunicazione
avrà
il
proprio
editore
o
proprietario
di
riferimento.
Anche
nel
caso
di
editori
o
radio
o
televisioni
commerciali,
il
cui
budget
è
assicurato
dagli
introiti
della
pubblicità,
dovrà
considerarsi
come
editore
di
riferimento
il
“sistema
Pubblicità”
ed
i
gruppi
finanziari
che
lo
gestiscono. Nel
caso
delle
radio
e
delle
televisioni
“
pubbliche”,
la
proprietà
in
mani
pubbliche
dovrebbe
garantire
che
nessuno
possa
appropriarsi
in
maniera
esclusiva
dello
strumento
di
comunicazione,
ma,
se
questo
è
vero,
altro
discorso
è
l’utilizzo
in
concreto
del
mezzo,
che
per
le
caratteristiche
proprie
di
ogni
strumento
dell’informazione
si
presta
ad
ogni
tipo
di
manipolazione
ed
uso
improprio
al
fine
di
favorire
un
potere
piuttosto
che
un
altro. Non
si
può
infatti
non
tener
conte
del
peso
socio-politico
delle
varie
forze,
del
loro
peso
politico,
e
pertanto
si
verifica
una
sorta
di
spartizione
proporzionale,
che
rispecchia
la
composizione
del
parlamento
e
a
grandi
linee
la
composizione
delle
forze
in
campo.
Ma
con
quali
risultati?
I
poteri
forti
utilizzano
per
quantità
e
qualità
gli
spazi
migliori,
massimizzando
l’uso
del
finanziamento
pubblico
sul
piano
della
presenza
e
dell’efficacia,
mentre
alle
aree
più
deboli
sono
destinati
gli
spazi
meno
concorrenziali
sul
piano
della
visibilità
e
della
risonanza
ed
anche
di
minor
valore
economico. I
fenomeni
sociali
dell’informazione
e
della
comunicazione
basano
la
loro
forza
di
aggregazione
sulle
opinioni
che
esprimono,
e
più
queste
opinioni
sono
espressione
di
fattori
di
conformità
diffusi
tra
i
recettori,
più
otterranno
adesione
e
contribuiranno
a
polarizzare
consenso
nella
direzione
voluta.
Informare,
esprimere
un’opinione
e
poi
diffonderla
attraverso
gli
strumenti
della
comunicazione,
costituisce
un
atto
di
grande
rilevanza
sociale,
che
possiede
una
“forza”
di
persuasione
proporzionale
alla
predisposizione
emotiva,
alla
capillarità
della
diffusione,
alla
comprensibilità
ed
alla
tempestività
della
comunicazione.
La
predisposizione
emotiva
deriva
dal
contesto
degli
avvenimenti,
dalle
situazioni
concrete,
dagli
atteggiamenti
culturali
ed
è
inerente
allo
specifico
scenario,
come
quello
politico,
economico,
sportivo,
sindacale,
sanitario
e
così
via.
Nel
caso,
ad
esempio,
dei
flussi
migratori
clandestini
verso
le
coste
dell’Italia
meridionale,
si
possono
formulare
opinioni
favorevoli
all’accoglienza,
all’aiuto
o,
altrimenti
opinioni
di
rifiuto,
di
chiusura.
Le
prime
faranno
leva
su
sentimenti
di
alto
valore
umanitario
e
civile,
le
seconde
evocheranno
i
pericoli
per
l’ordine
pubblico,
per
la
sanità
e
per
le
questioni
sociali
che
ne
deriveranno.
Quale
opinione
prevarrà
intorno
a
questi
problemi?
Indubbiamente
se
i
promotori
dell’informazione
saranno
schierati
in
maniera
compatta
su
una
delle
due
ipotesi
prospettate,
ne
conseguirà
un
allineamento
altrettanto
compatto
delle
opinioni
individuali
dei
recettori.
Qualora,
come
terza
ipotesi,
lo
schieramento
delle
opinioni
non
fosse
così
compatto
e
fossero
con
intensità
diffuse
opinioni,
non
solo
contrapposte,
ma
che
ponessero
in
luce
altre
articolazioni
della
questione,
la
maggioranza
delle
opinioni
non
verrebbe
polarizzata
in
una
unica
direzione,
ma
si
formerebbe
nel
suo
insieme
un
contesto
di
valutazioni
più
maturo
e
approfondito
e,
sicuramente,
meno
legato
alla
emotività.
In
quest’ultima
circostanza
si
potrà
parlare
di
pluralismo
delle
opinioni,
come
effetto
conseguente
al
pluralismo
dei
mezzi
di
informazione
e
di
comunicazione
e
del
loro
impiego
da
parte
di
una
pluralità
di
soggetti
promotori.
Occorre,
infatti,
in
primo
luogo,
che
esista
una
molteplicità
di
soggetti
promotori
e
di
opinioni,
cui
corrisponda
una
pluralità
di
mezzi
di
comunicazione,
impiegata
con
pari
efficacia,
capillarità
e
tempestività.
Nel
caso
di
un
disequilibrio
nell’utilizzo
dei
mezzi,
determinato
dalle
diverse
risorse
finanziarie
disponibili,
i
detentori
di
risorse
maggiori
si
troverebbero
in
vantaggio
e
potrebbero
veicolare
le
loro
opinioni
con
un’ampiezza
tale
da
oscurare
o
relegare
in
ambiti
ristretti
le
opinioni
diverse
e
contrarie.
Non
si
svilupperà
un
confronto
paritario
tra
più
gruppi,
ma
un
effetto
di
polarizzazione
verso
le
proposte
comunicate
con
più
forza,
con
più
ripetitività,
senza
possibilità
di
confronto,
in
un
contesto
che
le
pone
come
uniche
opinioni
possibili.
Ogni
parte
e
forza
sociale
ha
tra
i
suoi
fini
quello
di
aggregare
favorevole
consenso
per
sostenere
il
conseguimento
dei
propri
obiettivi
e,
pertanto,
il
“sogno”
sarebbe
quello
di
poter
controllare
e
neutralizzare
qualsiasi
opinione
che
si
contrapponesse
a
quegli
obiettivi.
Questo
“sogno”
non
è
illegittimo,
ma
è
inquadrato
nel
contesto
del
riconoscimento
della
libertà
di
espressione
del
pensiero,
che
è
un
diritto
di
tutti
non
solo
per
manifestare
le
proprie
opinioni,
ma
anche
per
essere
informati
su
tutte
le
altre
opinioni.
Tale
libertà
come
si
realizza,
nel
suo
concreto
esercizio,
se
gli
strumenti
di
comunicazione,
i
cosiddetti
mass
media,
sono
espressione
di
mega
strutture
organizzative
legate
ad
investimenti
enormi?
Come
possono
le
opinioni
espresse
da
realtà
economicamente
più
deboli
o
di
piccole
dimensioni,
trovare
lo
spazio
sufficiente
per
essere
diffuse
ed
entrare
così
nel
gioco
dei
fenomeni
di
polarizzazione. Allo
stato
delle
cose,
nei
paesi
industrializzati
la
risposta
scaturisce
dalla
stessa
definizione
di
“paesi
industrializzati”.
E’
il
potere
industriale
ed
i
poteri
ad
esso
connessi
a
determinare
la
gran
parte
del
controllo
sui
mezzi
di
comunicazione.Ma
debbono
essere
meglio
chiariti
anche
i
concetti
di
potere
e
di
controllo.
Se
“potere”
sta
a
significare
la
capacità
di
autonomia
economica-finanziaria,
la
capacità
di
scelte
autonome
nella
propria
gestione
è
pur
vero
che
tali
autonomie
si
debbano
confrontare
con
una
realtà
sociale
assai
variegata
e
complessa,
da
cui
discende
la
necessità
di
controllo
di
alcuni
fattori
(politica,
lavoro,
cultura,
ecc.)
che
sono
indispensabili
per
il
funzionamento
dell’economia
industriale
nel
suo
complesso.
Tale
controllo
può
esercitarsi
in
molti
modi,
ma
uno
dei
modi
essenziali
è
quello
di
creare
e
mantenere
“consenso”
intorno
agli
aspetti
di
base
del
sistema,
che
riguardano
le
condizioni
di
vita,
l’ordine
pubblico,
la
salute
e
così
via.
Questo
compito
viene
svolto
dall’informazione,
il
cui
obiettivo
è
proprio
quello
di
mettere
al
corrente,
di
coinvolgere,
di
indicare
possibili
soluzioni,
nel
quadro
del
sistema
sociale
di
riferimento.
Un’opera
di
informazione
e
di
formazione
del
consenso,
cui
gli
strumenti
di
comunicazione
sono
preposti
in
quanto
tali.E’
mera
utopia
pensare
poi
che
i
mezzi
di
comunicazione
possano
rappresentare
un
potere
a
se
stante,
autonomo
e,
quando
ancora,
in
antitesi
con
i
poteri
riconosciuti
dal
sistema.
La
strumentalità
dei
mezzi
di
comunicazione
è
di
tutta
evidenza
ogni
qual
volta
un
“potere”,
forte
o
debole
che
sia,
decida
di
non
servirsene
più
per
difficoltà
economiche
e
per
cambiamenti
di
rotta
politica.
In
questa
circostanza,
lo
strumento
di
comunicazione,
giornale,
radio
o
televisione
che
sia,
verrà
privato
non
solo
del
sostegno
economico,
ma
rimarrà
privo
di
obiettivi
e
di
una
politica
editoriale
coerente
con
il
proprio
pubblico. Esiste
inoltre
un
fenomeno
di
alta
interazione
dei
vari
poteri
nella
organizzazione
e
gestione
dei
mezzi
di
comunicazione.
Sotto
il
profilo
del
reperimento
delle
risorse
finanziarie
si
sviluppa
un
complesso
intreccio
di
interessi
tra
mondo
economico-finanziario,
industriale,
politico,
ecc.,
che
rende
quasi
impossibile
al
lettore,
ascoltatore
e
telespettatore
che
sia,
riconoscere
la
provenienza
delle
informazioni
ed
un
riferimento
puntuale
ai
gruppi
di
potere
che
le
hanno
promosse. Tale
mancanza
di
trasparenza,
giova
ai
poteri
più
consolidati
e
comunque
giova
al
mantenimento
del
consenso
complessivo
verso
il
sistema
sociale
ed
istituzionale. Ma
il
sistema
è
ad
“equilibrio
dinamico”,
per
il
mutare
continuo
dei
parametri
di
riferimento
sul
piano
interno
e
su
quello
internazionale,
ed
i
mezzi
di
comunicazione
rappresentano
gli
strumenti
vitali
per
il
costante
adeguamento
delle
opinioni
allo
scorrere
degli
eventi
e
per
fronteggiare
i
pericoli
di
sbilanciamento
del
sistema.
Non
si
tratta
comunque
di
pura
alchimia,
perché
le
varianti
in
gioco
in
un
sistema
sociale
complesso
sono
molteplici
e
spesso
imprevedibili,
come
quando
le
opinioni
vengano
convogliate
oltre
misura
verso
obiettivi
irrilevanti
o
al
contrario
vengano
obliate
situazioni
di
grande
rilevanza.
Non
si
discute
tuttavia
sulla
importanza
che
riveste
il
possesso
di
mezzi
di
comunicazione
per
ciascun
gruppo
di
potere,
quale
condizione
necessaria
per
la
loro
stessa
esistenza
esistenza. Il
pluralismo
dell’informazione,
pertanto,
una
volta
che
sia
costituzionalmente
garantito,
è
auspicabile
che
sia
di
fatto
attuato
nella
misura
più
larga
possibile,
per
consentire
il
confronto
delle
opinioni
alla
base
di
ogni
dialettica
di
sviluppo,
ma
nel
contempo
con
la
consapevolezza
che
nessuna
legge
potrà
garantire
un
pluralismo
“forzoso”,
dato
che
i
fenomeni
della
comunicazione
sono
il
diretto
riflesso
del
confronto
tra
poteri,
con
il
prevalere
dell’uno
sull’altro
e
con
il
prevalere
delle
opinioni
di
chi
vincerà.
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